Alimenti per il coniuge

Età assoluta determinante per non dover estendere l'attività lavorativa? Potere di apprezzamento dei giudici cantonali

Caso 346, 16 dicembre 2014 << caso precedente | caso successivo >>

Ad un coniuge di 52 anni, che i cinque anni precedenti lavorava al 50%, può essere imputata un'attività lavorativa a tempo pieno?

In una sentenza del 27 agosto 2014 il Tribunale federale ha stabilito quanto segue:

Rientra nel potere di apprezzamento dei giudici cantonali del divorzio prevedere che ad una donna di 52 anni andrà computata un'attività lavorativa a tempo pieno, vista la sua attività a tempo parziale (50%) nei 5 anni precedenti.

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

I coniugi, il marito del 1963 e la moglie del 1967, si sono sposati il 4 ottobre 2003; dalla loro unione è nata una figlia nel 2004.
Il 28 marzo 2008 il tribunale competente ha reso una decisione in ambito di misure a protezione dell'unione coniugale. Il 26 agosto 2013 è stato pronunciato il divorzio; oltre a ciò il giudice ha statuito sulle conseguenze accessorie, affidando la figlia alla madre, mantenendo congiunta l'autorità parentale, prevedendo un determinato diritto di visita e alimenti per figlia e moglie. In particolare per la moglie il giudice ha astretto il marito a pagarle un contributo di mantenimento mensile di CHF 3'000.00 fino al febbraio 2020.
La moglie ha ricorso contro tale decisione e il marito è stato successivamente astretto a pagare i seguenti alimenti a favore della moglie: CHF 6'500.00 mensili fino a marzo 2015, CHF 4'900.00 mensili fino a marzo 2020 e successivamente CHF 1'000.00 mensili vita natural durante.
Il marito ha ricorso al Tribunale federale: il suo gravame è stato respinto.

La sentenza del Tribunale federale ricorda i criteri di diritto applicabili per la determinazione del contributo di mantenimento a favore del coniuge dopo il divorzio (art. 125 CC), precisando che la questione alimentare può essere rivista dall'Alta corte se i giudici cantonali hanno abusato del proprio apprezzamento (consid. 3.1 e cfr. anche sentenza DTF 127 III 136, consid.  3a).

Il Tribunale federale ha altresì ricordato la giurisprudenza che prevede l'obbligo del genitore affidatario di riprendere una attività lavorativa a tempo parziale dai 10 anni del figlio minore e a tempo pieno dal compimento dei 16 anni del figlio minore (nel caso concreto dell'unica figlia): cfr. sentenza DTF 137 III 102, consid. 4.2.2.2 e sentenza DTF 115 II 6, consid. 3c. Ha evidenziato che questi criteri non sono regole rigide, ma linee direttrici da valutare a dipendenza di ogni caso concreto, tenuto conto segnatamente di ciò che i coniugi hanno convenuto durante la vita comune (sentenza TF 5A_70/2013 dell'11 giugno 2013, consid. 5.1; sentenza TF 5A_6/2009 del 30 aprile 2009, consid. 2.2) o le loro capacità economiche.

Nel caso concreto il Tribunale federale ha ritenuto rientrare nel largo potere di apprezzamento dei giudici cantonali (DTF 137 III 102, consid. 4.2.2.2 e DTF 134 III 577, consid. 4) le motivazioni di questi ultimi secondo cui, vista la giurisprudenza citata e le capacità finanziarie dei coniugi, alla moglie andava computata un'attività lavorativa a metà tempo dal compimento dell'undicesimo anno di età della figlia (figlia unica per la quale la madre non può contare neppure sull'aiuto di altri figli), dandole un tempo adeguato per reinserirsi nel mondo del lavoro dopo la pronuncia del divorzio; ha inoltre ritenuto corretta la considerazione secondo cui alla moglie andava computata un'attività lavorativa a tempo pieno dal 2020, nonostante l'età di 52 anni della stessa, dato che la sua età non sarà un ostacolo ad un'estensione dell'attività al 100%, visto che nei 5 anni precedenti avrà già lavorato a tempo parziale. Inoltre risulta dalla sentenza che la moglie, che ha terminato di lavorare alla nascita della figlia, ha una formazione professionale e il suo seppur fragile stato di salute non le impedirà di lavorare a tempo pieno.

Nella sentenza TF 5A_336/2015 del 3 marzo 2016 il Tribunale federale ha indicato che la regola del 10/16 anni si applica anche nei casi di genitori non coniugati.

Data creazione: 16 dicembre 2014
Data modifica: 4 marzo 2017

Convenzione di divorzio omologata - motivi di impugnazione, in particolare la manifesta inadeguatezza

Caso 344, 16 novembre 2014 << caso precedente | caso successivo >>

A quali condizioni un contributo alimentare a favore del coniuge previsto in una convenzione di divorzio, insufficiente a coprire il fabbisogno minimo del coniuge creditore, può essere omologato con la sentenza di divorzio?

In una sentenza del 5 agosto 2014 il Tribunale federale ha stabilito quanto segue:

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

I coniugi si sono sposati il 22 marzo 1996; il medesimo anno dalla loro unione è nato un figlio, oggi ormai maggiorenne; vivono separati di fatto dal 12 marzo 2008. L'8 maggio 2012 il marito ha inoltrato una procedura unilaterale di divorzio. All'udienza del 4 febbraio 2013 le parti si sono accordate per il divorzio e hanno chiesto l'omologazione della convenzione sulle le relative conseguenze accessorie. La convenzione prevede tra i vari punti un obbligo contributivo del marito a favore della moglie di CHF 1'000.00 dal 1° marzo al 31 dicembre 2013 e in seguito di CHF 800.00 fino al 30 giugno 2014. La convenzione è stata omologata dal giudice del divorzio. Contro tale decisione ha ricorso la moglie dapprima in appello e in seguito al Tribunale federale. Entrambi i ricorsi sono stati respinti.

L'art. 279 CPC, che riprende in sostanza il vecchio art. 140 CC, prevede in particolare che il giudice omologa la convenzione sulle conseguenze del divorzio quando si sia convinto che i coniugi l'abbiano conclusa di loro libera volontà e dopo matura riflessione e che la medesima sia chiara, completa e non manifestamente inadeguata. Come rammentato nel caso 134 le condizioni contenute in questa norma sono cinque: a) la matura riflessione dei coniugi, b) la loro libera volontà, c) la chiarezza della convenzione, d) la sua completezza e che e) la stessa non sia manifestamente inadeguata. L'omologazione della convenzione può essere impugnata per violazione dell'art. 279 cpv. 1 CPC e non solo per vizi del consenso, come è il per contro caso per la decisione sulla pronuncia del divorzio stesso (art. 289 CPC) (cfr. sentenza TF 5A_187/2013 del 4 ottobre 2013; Denis Tappy, in Code de procédure civile commenté, Basilea 2011, N. 15-16 ad art. 289 CPC).

Una delle condizioni da esaminare da parte del giudice si riferisce al fatto che la convenzione non deve risultare manifestamente inadeguata. La ricorrente sostiene a tal proposito che non percepisce alcuna entrata, salvo le prestazioni assistenziali, ed ha un ammanco di CHF 2'921.00 mensili, mentre il marito, che ha un reddito di CHF 8'700.00 mensili, ha una disponibilità, dedotto il suo fabbisogno, di CHF 2'395.00 mensili: tra i due coniugi risulta dunque una grande disparità finanziaria.

Per valutare se una convenzione di divorzio non sia "manifestamente inadeguata" occorre paragonarla al giudizio che sarebbe stato reso dal giudice senza l'accordo. Se la soluzione adottata in convenzione presenta una differenza immediatamente riconoscibile rispetto ad un'eventuale decisione giudiziaria e che si discosta dalla regolamentazione legale senza che sia giustificato da considerazioni di equità, allora deve essere qualificata come "manifestamente inadeguata" (cfr. anche sentenze TF 5C.163/2006, consid. 4.1 del 3 novembre 2006 e 5C.270/2004 consid. 5.4.2 del 14 luglio 2005). Come per la lesione (art. 21 CO) occorre una sproporzione manifesta tra ciò che è attribuito a ciascun coniuge; il giudice conserva un ampio margine di apprezzamento (cfr. sentenza TF 5A_599/2007 del 2 ottobre 2008 e caso-228); occorre infatti evitare la ratifica di convenzioni "leonine" o che privano in modo rilevante dei beni. Solo una differenza importante rispetto alla soluzione legale può portare il giudice a rifiutare l'omologazione della convenzione.

Nel caso concreto gli esigui contributi alimentari previsti nella convenzione a favore della moglie non permettono la copertura del suo fabbisogno minimo. La convenzione non può tuttavia essere qualificata come "manifestamente inadeguata", dato che il principio stesso del versamento di un contributo alimentare poteva essere oggetto di discussione. La moglie ha lavorato per quasi tutto il matrimonio, che risale al 1996, in qualità di laboratorista medico; solo nel 2006, quando ha perso il lavoro per motivi di ristrutturazione del datore di lavoro, ha cessato di esercitare un'attività lavorativa. Durante il matrimonio ha anche mantenuto il marito per svariati anni e gli ha finanziato una formazione professionale. L'accordo sul riparto dei ruoli dei coniugi non prevedeva che la moglie sarebbe stata a casa a prendersi cura del figlio e che il marito avrebbe garantito il mantenimento della famiglia. A queste condizioni non si può ritenere che il matrimonio abbia influito concretamente sulla situazione della moglie, nel senso che al momento della separazione di fatto, nel marzo 2008 - o almeno al termine della sua formazione nello sviluppo duraturo, che doveva terminare nell'autunno 2008 - non sarebbe stata in grado di ritrovare un'attività lavorativa che le permettesse di far fronte ai suoi bisogni.
Ammettendo che un contributo di mantenimento nel principio fosse dovuto, avrebbe potuto esserle concesso per una durata più lunga. La moglie ha tuttavia ottenuto in convenzione un contributo alimentare limitato nel tempo. La transazione ha lo scopo di mettere fine definitivamente al litigio e alle incertezze prevedendo delle concessioni reciproche (v. anche caso 334), ciò che è avvenuto nel caso concreto. L'ottenimento di un contributo alimentare fino al pensionamento non era una ipotesi scontata, tanto che una convenzione che preveda un contributo alimentare per una durata ridotta possa essere considerata manifestamente inadeguata, dal momento in cui si poteva prendere in considerazione che a termine la moglie potesse trovare un'attività che le permettesse di rendersi autonoma economicamente.
La ricorrente ha eccepito il fatto che le sue future prospettive di lavoro sono esigue, ma d'altra parte non ha sostenuto che il matrimonio fosse "lebensprägend". Eccezionalmente la fiducia di un coniuge, creata dall'altro, sulla continuazione del matrimonio e il mantenimento del riparto dei ruoli può essere tutelato anche nei casi in cui il matrimonio non ha avuto un impatto decisivo sulla capacità di guadagno dell'interessato (cfr. sentenza TF 5A_275/2009 consid. 2.2.2 del 25 novembre 2009 e sentenza TF 5C.169/2006 consid. 2.6 del 13 settembre 2006), ma nel caso concreto non vi è nessuna constatazione che giustifichi una tale eccezione (cfr. DTF 135 III 59, consid. 4.1).

Ora, in conclusione vale dunque la pena di evidenziare che anche nel caso in cui si sia in presenza di un matrimonio di lunga durata (in casu la vita comune è durata 12 anni) e un coniuge si trovi in assistenza, non necessariamente si giustifica prevedere un contributo di mantenimento duraturo a suo favore. Ancora una volta tutte le circostanze concrete del caso vanno accuratamente esaminate.

Data creazione: 16 novembre 2014
Data modifica: 16 novembre 2014

Contributo alimentare per il coniuge nelle procedure a tutela dell'unione coniugale (o cautelari in cause di divorzio): criteri di calcolo

Caso 341, 30 settembre 2014 << caso precedente | caso successivo >>

Quali sono i criteri di base per il calcolo del contributo alimentare per il coniuge nelle procedure a tutela dell'unione coniugale (o cautelari in cause di divorzio)?

In una sentenza del 9 settembre 2014 il Tribunale d'appello di Lugano ha stabilito quanto segue:

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

I coniugi si sono uniti in matrimonio nel 2007; un figlio è nato poco prima del matrimonio, nel 2006, mentre l'altro figlio l'anno successivo il matrimonio, nel 2008.
La moglie nel marzo 2010 ha adito la Pretura con un'istanza di misure a tutela dell'unione coniugale conclusasi con sentenza del giugno 2012. Tra le varie regolamentazioni, il giudice ha autorizzato i coniugi a vivere separati, attribuito l'abitazione coniugale in uso alla moglie, affidato i figli alla madre con un determinato diritto di visita a favore del padre e fissato i contributi di mantenimento per moglie e figli.
Il marito ha presentato appello contro la sentenza del primo giudice e il Tribunale d'appello ha evaso il medesimo il 9 settembre 2014, accogliendo parzialmente il ricorso.

In merito all'attribuzione in uso alla moglie (e ai figli) dell'abitazione coniugale il Tribunale d'appello ha rammentato i principi enunciati dal Tribunale federale nella sentenza TF 5A_416/2012 consid. 5.1.2 del 13 settembre 2012 e non ha ravvisato motivi per modificare la decisione del primo giudice.

Sul diritto di visita il primo giudice aveva deciso che fintanto che il figlio minore non fosse stato in età scolastica, anche il maggiore avrebbe dovuto vedersi limitato il diritto di visita: su questo punto il Tribunale d'appello ha riformato la decisione del Pretore, giudicandola insostenibile, se non addirittura arbitraria, dato che un figlio in età scolastica non deve vedersi limitare i propri diritti alle relazioni personali con un genitore solo per il motivo di avere un fratello in età prescolastica. Per il resto il Tribunale d'appello ha ricordato la differenza tra la regolamentazione di un diritto di visita di bambini in età prescolastica (RTiD II-2004, pag. 620, consid. 10, N. 40c) e quello relativo a figli in età scolastica (RTiD I-2005, pag. 778, N. 58c).

Relativamente al contributo di mantenimento a favore della moglie, i giudici del Tribunale d'appello hanno applicato il criterio del dispendio effettivo della moglie.

Vediamo dunque nel dettaglio le considerazioni del Tribunale d'appello in merito ai tre metodi di calcolo del contributo alimentare per il coniuge nelle procedure a tutela dell'unione coniugale (o cautelari in cause di divorzio).

  1. Coniugi che versano in una situazione finanziaria favorevole o particolarmente favorevole

    Si tratta dei casi in cui i costi supplementari dovuti a due economie domestiche separate siano coperti. In tali circostanze il coniuge creditore può pretendere che il contributo di mantenimento gli assicuri lo stesso tenore di vita anteriore alla separazione. Fa stato così il metodo di calcolo fondato sull'ammontare del dispendio effettivo e incombe al coniuge che postula il contributo di mantenimento rendere verosimili quali siano le spese necessarie per conservare il suo livello di vita anteriore alla separazione (v. tra le altre anche sentenza TF 5A_778/2013 del 1° aprile 2014, consid. 5.1).
    Il metodo di calcolo delle eccedenze è di principio inapplicabile vi si può ricorrere tuttalpiù se l'ammontare dell'eccedenza non sia tale da comportare una ridistribuzione del patrimonio coniugale o una liquidazione anticipata del regime dei beni. Ad ogni modo tale metodo non entra in linea di conto se durante la vita comune i coniugi non destinavano tutti i loro redditi al mantenimento della famiglia, ma vivevano in modo parsimonioso per destinare una parte di tali redditi ad altre finalità.
     
  2. Coniugi che versano in una situazione finanziaria media o modesta

    Si tratta del caso in cui i coniugi non accantonavano risparmi durante la vita comune o il coniuge debitore (la sentenza del Tribunale d'appello ha erroneamente indicato il coniuge richiedente!) non renda verosimile che durante la vita comune si accumulavano risparmi o  in cui le entrate coniugali siano interamente assorbite dalle due economie domestiche separate (DTF 137 III 106, consid. 4.2.1.1 in fine). I redditi coniugali non eccedono di solito, in circostanze del genere, CHF 8'000.00/9'000.00 mensili complessivi (sentenza TF 5A_288/2008 del 27 agosto 2008, consid. 5.4, richiamato ancora nella sentenza TF 5A_778/2013 del 1° aprile 2014, consid. 4.1) anche se non si possono escludere redditi più alti (DTF 137 III 107, consid. 4.2.1.3, dove erano state accertate entrate coniugali di CHF 23'658.00 mensili). Si fa capo in siffatte condizioni al metodo di calcolo abituale che consiste nel dedurre dal reddito complessivo dei coniugi i loro fabbisogni e quelli dei figli, suddividendo l'eccedenza a metà (il cosiddetto calcolo delle eccedente).
     
  3. Coniugi che versano in una situazione finanziaria deficitaria

    Si tratta del caso in cui il bilancio coniugale registri un ammanco. Il coniuge debitore del contributo alimentare ha diritto di conservare l'equivalente del proprio minimo esistenziale calcolato secondo la legge federale sulla esecuzione e sul fallimento (cfr. tra le altre DTF 137 III 62, consid. 4.2.1).

Nel caso concreto l'appellante già prima della separazione destinava parte dei suoi cospicui redditi (tra i CHF 26'635.00 e i CHF 33'250.00 mensili) a interventi edili nei propri stabili; d'altra parte è poco verosimile che l'eccedenza di quasi CHF 16'000.00 mensili fosse destinata interamente all'economia domestica e anzi ammontari di tale indole sono suscettivi di comportare una ridistribuzione del patrimonio coniugale: la conclusione è stata dunque che nella fattispecie il metodo di calcolo idoneo al mantenimento della moglie fosse quello del dispendio effettivo, con la conseguenza che incombe dunque alla moglie rendere verosimili quali fossero le spese necessarie per conservare il suo livello di vita anteriore alla separazione .

Altre brevi annotazioni di interesse generale contenute nella sentenza qui trattata, con un commento dell'autore del sito:

  • le parti hanno rinunciato al dibattimento finale e con ciò, a mente del Tribunale d'appello, hanno rinunciato in tal modo a contestare anche alcune spese esposte dalla moglie nel proprio fabbisogno per la prima volta nelle conclusioni scritte: ciò non permetterebbe all'appellante di poterle contestare in appello. La considerazione merita una riflessione, siccome non può essere preclusa la possibilità di contestare fatti nuovi contenuti nelle conclusioni scritte quando i coniugi, spesso per economia processuale, abbiamo rinunciato a comparire al dibattimento finale. Deve infatti essere ammessa la possibilità di presentare una (tempestiva) replica spontanea anche in ambito conclusivo; ora, se Tappy, in Code de procédure civile commenté, N. 16, ad art. 232 CPC, indica che se le parti, rinunciando a comparire per le arringhe finali, hanno di fatto rinunciato ad un secondo scambio in sede conclusiva, assumendosi il rischio di non più potersi esprimere sulle conclusioni di parte avversa, va tuttavia detto che il diritto di replica anche per le conclusioni scaturisce dal diritto di essere sentito, il quale si basa sull'art. 29 cpv. 2 Cost. e che ha la stessa portata dell'art. 6 n. 1 CEDU (sull'argomento v. anche DTF 139 I 189; Cocchi/Trezzini/Bernasconi, CPC annotato, nota ad art. 232 CPC, pag. 1038 e Messaggio concernente il Codice di diritto processuale civile svizzero, pag. 6714). A questo proposito cfr. infatti il cambio di rotta del Tribunale d'appello in I CCA 11.2014.36, consid. 6a), del 09.11.2016, laddove si legge: "la convenuta ha rinunciato al dibattimento finale davanti al Pretore e non ha reagito al memoriale conclusivo", per cui da ciò si evince che anche in caso di rinuncia al dibattimento finale basta (ma occorre) reagire al memoriale conclusivo della controparte.
     
  • i giudici d'appello hanno rammentato che per la fissazione dei contributi alimentari occorre tener conto del reddito conseguito dalle parti fino al momento del giudizio (RTiD I-2004, pag. 595, N. 78c) e non solo fino al momento della separazione. Orbene, nel caso concreto vi sono state delle ulteriori entrate del marito che non esistevano alla separazione di fatto, pertanto il loro computo va considerato con estrema prudenza; il Tribunale d'appello ha precisato che queste nuove entrate  non devono permettere di riconoscere più di quanto occorra per conservare il tenore di vita sostenuto durante la vita in comune. Se nel caso concreto visto che le entrate del marito, prima e dopo la separazione di fatto, permettono di far fronte al dispendio della moglie, l'argomento è stato lasciato aperto, ma ricordiamo che il Tribunale federale in un'altra fattispecie aveva ritenuto che entrate successive alla separazione di fatto non potevano essere considerate per il calcolo degli alimenti (v. sentenza TF 5A_345/2007 del 22 agosto 2008, consid. 2.2, ultimo paragrafo);
     
  • vista la massima ufficiale vigente per il calcolo dei contributi di mantenimento per i figli, segnatamente nel diritto di filiazione (art. 296 CPC; DTF 128 III 413 in alto; DTF 120 II 231 consid. 1c con rinvio), nonostante gli stessi non siano stati oggetto di appello, il Tribunale d'appello ha voluto procedere ad una loro verifica. Dopo un attento esame il Tribunale d'appello ha giudicato gli alimenti per i figli calcolati dal Pretore adeguati. Su questo aspetto è importante evidenziare che prima di inoltrare un appello impugnando solo il contributo di mantenimento a favore del coniuge, è opportuno essere sufficientemente certi che l'eventuale giudizio positivo su tale contributo alimentare non scateni una reformatio in pejus del Tribunale d'appello sugli alimenti a favore dei figli, con il risultato che contabilmente gli importi complessivi sono rimasti gli stessi.

Nella sentenza DTF 140 III 485 il Tribunale federale ha indicato che è arbitrario applicare il metodo di calcolo delle eccedenze e considerare una proporzione di risparmio.

Nella sentenza TF 5A_24/2016 del 23 agosto 2016 il Tribunale federale ha precisato che dal momento in cui i figli non sono più a carico è corretto che entambi i coniugi possano beneficiare del maggior agio a disposizione.

Data creazione: 30 settembre 2014
Data modifica: 4 marzo 2017

Fabbisogno minimo e minimo esistenziale

Caso 338, 1 agosto 2014 << caso precedente | caso successivo >>

Il fabbisogno minimo di un coniuge si identifica con il minimo esistenziale?

In una sentenza dell'8 luglio 2014 il Tribunale d'appello di Lugano ha stabilito quanto segue:

Il fabbisogno minimo di un coniuge durante la vita separata non si identifica con il minimo esistenziale del diritto esecutivo, bensì è quello corrispondente - per quanto possibile - al tenore di vita sostenuto dai coniugi durante la vita comune.

I CCA 11.2012.130

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

I coniugi si sono uniti in matrimonio il 23 giugno 1988. Dal matrimonio sono nati due figli, oggi ormai maggiorenni.
Il marito è attivo professionalmente, mentre la moglie non ha esercitato alcuna attività durante la vita comune.
I coniugi si sono separati nel 2009. Il 27 febbraio 2012 la moglie si è rivolta al giudice con un'istanza di misure a protezione dell'unione coniugale.
Esperita l'istruttoria il giudice ha emanato la propria decisione fissando tra l'altro il contributo di mantenimento a favore della moglie in CHF 3'480.00 mensili.
La moglie è insorta in appello chiedendo un aumento del contributo di mantenimento rispetto a quanto deciso dal primo giudice.

In prima sede il fabbisogno minimo del marito è stato quantificato tenendo in considerazione le seguenti poste: minimo esistenziale del diritto esecutivo, pasti fuori domicilio, locazione, spese accessorie, cassa malati (base e complementare), assicurazione mobilia domestica, assicurazione RC privata, assicurazione oggetti di valore, leasing auto, RC, casco e imposta di circolazione auto, RC e imposta di circolazione scooter, quota TCS, libretto Eti, assicurazione protezione giuridica, altre spese auto e scooter, terzo pilastro e imposte, il tutto per complessivi CHF 6'110.00 mensili. Tenuto conto del fabbisogno minimo della moglie e del reddito del marito ne deriva un'eccedenza.

L'appellante ha sollevato delle censure relativamente al computo di determinate poste calcolate dal primo giudice nel fabbisogno minimo del marito, segnatamente in merito al fatto che nel fabbisogno minimo del marito fossero state inserite le seguenti poste: RC e imposta di circolazione dello scooter, l'assicurazione oggetti di valore, il versamento al III° pilastro, il TCS, il libretto Eti e l'assicurazione di protezione giuridica.

Il Tribunale d'appello ha sostanzialmente respinto tutte le censure e considerato giustificato il giudizio del primo giudice, segnatamente confermando la correttezza del calcolo del fabbisogno minimo del marito. Ha evidenziato che la moglie ha disconosciuto che il fabbisogno minimo di un coniuge durante la vita separata non si identifica con il minimo esistenziale del diritto esecutivo, bensì è quello corrispondente - per quanto possibile - al tenore di vita sostenuto dai coniugi durante la vita comune (RTiD I-2010, pag. 699, N. 20c con rinvii; per esteso sentenza TF 5A_304/2013 del 1° novembre 2013, consid. 4.1).

Per le singole poste il Tribunale d'appello ha indicato che:

  • il marito possiede il motociclo fin dalla metà degli anni '80 e il bilancio famigliare permette la spesa RC e imposta di circolazione (CHF 52.00 mensili);
  • l'assicurazione oggetti di valore assume prestazioni non coperte dall'assicurazione economia domestica, esisteva già durante la vita comune e il bilancio famigliare è in grado di assorbire la spesa (CHF 43.45);
  • il terzo pilastro era già pagato durante la vita in comune, non assicura rischi in favore di terzi e il bilancio famigliare è in grado di finanziarlo (CHF 388.75) (RTiD I-2007, pag. 741, consid. 7b, N. 19c);
  • le quote TCS, libretto Eti e protezione giuridica vanno contemplate dato che il bilancio famigliare può continuare a sovvenzionare il tenore di vita sostenuto dai coniugi durante la comunione domestica.

 

Per il computo eventuale di un contratto di leasing (ma in un caso completamente diverso) cfr. anche sentenza DTF 140 III 337.

Relativamente alle spese per l’automobile l'indennità di CHF 0.70/km copre mediamente i costi di un veicolo, dall’imposta di circolazione al premio assicurativo, dal carburante alla manutenzione (cfr. I CCA 11.2013.63, consid. 7b, del 30 settembre 2015); Per un’attività lavorativa ordinaria si considera una media di 19.2 giorni feriali ogni mese (230 giorni annui: RTiD I-2013, pag. 835, consid. c; I CCA 11.2015.114 del 20 febbraio 2017).

Data creazione: 1 agosto 2014
Data modifica: 11 giugno 2017

Modifica di una sentenza di divorzio - priorità del mantenimento dei figli rispetto alla moglie?

Caso 335, 16 giugno 2014 << caso precedente | caso successivo >>

Qualora l'ex coniuge dopo il divorzio abbia avuto un altro figlio e si risposi, viene presa in considerazione anche la situazione economica, segnatamente i costi, del nuovo coniuge per verificare se sia legittima una richiesta di modifica dei contributi alimentari dei figli di primo letto?

In una sentenza del 23 ottobre 2013, il Tribunale federale di Losanna ha stabilito quanto segue:

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

In occasione dello scioglimento del matrimonio, il Pretore ha omologato una convenzione con la quale il padre si è impegnato a versare determinati contributi alimentari indicizzati in funzione dell'età dei due figli avuti durante il matrimonio con la ormai ex moglie.
Successivamente l'ex marito ha avuto dalla sua nuova compagna, poi sposata, un terzo figlio. In ragione di ciò, ha convenuto i figli di primo letto al fine di ottenere, in modifica della sentenza di divorzio, una riduzione dell'obbligo contributivo nei loro confronti. Il Pretore ha respinto l'azione. Adito dall'ex marito, il Tribunale di appello ha respinto il ricorso.
L'ex marito si è dunque rivolgo con relativo gravame al Tribunale federale.

Il giudice, ad istanza di un genitore o del figlio, modifica o toglie il contributo per il mantenimento del figlio, se le circostanze siano notevolmente mutate (art. 286 cpv. 2 CC e art. 134 cpv. 2 CC combinati). Una tale modifica presuppone che intervengano fatti nuovi, importanti e durevoli, tali da esigere una regolamentazione diversa. Ma non ogni fatto nuovo, quand'anche importante e durevole, ha quale conseguenza automatica una modifica del contributo. Una siffatta modifica entra in considerazione unicamente se l'onere di mantenimento diventa squilibrato fra i genitori, alla luce delle circostanze prese in considerazione nel precedente giudizio ed in particolare se l'onere contributivo diventa eccessivamente pesante per il genitore debitore di condizione modesta. Il giudice non può dunque limitarsi a constatare una modifica della situazione di uno dei genitori, bensì deve procedere ad una ponderazione degli interessi del figlio da un lato e di ogni genitore dall'altro tale da permettergli di apprezzare correttamente la necessità di modificare il contributo di mantenimento nel caso concreto. Accertate tali condizioni, il giudice deve ricalcolare il contributo, attualizzando tutti i criteri di calcolo adottati nel precedente giudizio (DTF 137 III 604 consid. 4.1 con rinvii; sentenza TF 5A_29/2013 del 4 aprile 2013 consid. 3.2; sentenza TF 5A_199/2013 del 30 aprile 2013 consid. 4.2).

È incontestato che la situazione personale del ricorrente sia mutata rispetto al divorzio a seguito della nascita del figlio successivamente avuto dalla sua compagna e del matrimonio con la medesima.
Il Tribunale di appello, richiamate la DTF 137 III 59 consid. 4.2.1 (citata nel caso 293) e la sentenza TF 5A_352/2010 del 29 ottobre 2010 consid. 6.2.2, ha indicato che nella commisurazione del contributo alimentare per un figlio, il debitore alimentare risposatosi nel frattempo può invocare unicamente la garanzia del proprio minimo esistenziale secondo il diritto esecutivo e non il proprio fabbisogno minimo secondo il diritto civile, e per di più limitato alla sua persona. Riferisce che si deve tener conto delle poste relative al nuovo coniuge unicamente ove quest'ultimo sia chiamato ad assistere economicamente il debitore nei suoi obblighi di mantenimento verso i figli avuti prima del matrimonio, ciò che non è stato considerato nel caso concreto. In particolare, il minimo esistenziale del ricorrente secondo il diritto esecutivo ammonterebbe a fr. 2'600.65 mensili. A fronte di un reddito mensile di CHF 6'360.00 arrotondati, gli rimane ampiamente di che versare il contributo alimentare ai figli di primo letto, anche devolvendo una cifra analoga all'ultimo nato. Il Tribunale di appello ne ha concluso che non occorreva dunque chinarsi sulla situazione finanziaria della nuova moglie del ricorrente, segnatamente sul fabbisogno e sul reddito di lei, le cui variazioni non avrebbero portato conseguenze.

Tra le censure sollevate dal ricorrente, una riguarda proprio la posizione giuridica della nuova moglie, per la quale egli ha messo in discussione la giurisprudenza federale in proposito. Il ricorrente ha criticato la giurisprudenza di cui alla sentenza DTF 137 III 59: a suo dire, escludendo dal calcolo del fabbisogno del debitore di alimenti ogni spesa riferita al (nuovo) coniuge coabitante, se il medesimo non fosse in grado di sopperire con le proprie forze al suo debito mantenimento, il Tribunale federale ne negherebbe il sostentamento e, più in generale, impedirebbe l'applicazione degli art. 163 segg. CC

Tuttavia secondo il Tribunale federale non sarebbe così, secondo le seguenti argomentazioni. La DTF 137 III 59 ribadisce, in primo luogo, uno dei principi già enunciati in precedenti sentenze: al debitore di alimenti deve essere garantito almeno il minimo esistenziale del diritto esecutivo, con la precisazione che soltanto il suo minimo è tutelato (DTF 137 III 59 consid. 4.2.1). Il calcolo di detto minimo terrà conto della metà dell'importo di base concretamente applicabile, al quale andranno aggiunti gli oneri locativi (per intero o parziali a seconda della situazione) e le usuali spese secondo il diritto esecutivo; restano escluse da questo calcolo segnatamente le posizioni concernenti i figli e l'attuale coniuge (DTF 137 III 59 consid. 4.2.2). Qualora dalla contrapposizione dei redditi e del minimo esistenziale del debitore di alimenti emerga un'eccedenza, questa andrà distribuita equamente fra tutti i figli (DTF 137 III 59 consid. 4.2.3). L'esclusione delle posizioni relative al nuovo coniuge nel contesto di una discussione degli alimenti per i figli si fonda peraltro non su una voluta disparità fra figli e coniuge, quale la esprime il ricorrente, o su un discorso di priorità, bensì sull'applicazione di differenti basi legali: l'art. 285 CC trattandosi di un'azione volta alla fissazione degli alimenti per i figli, l'art. 163 segg. CC quando sia invece discorso degli alimenti per l'attuale coniuge (DTF 137 III 59 consid. 4.2.2 in fine).
Quindi, secondo il Tribunale federale, il Tribunale di appello ha applicato correttamente questa giurisprudenza. Ed in virtù di detta giurisprudenza, constatato che il ricorrente disponeva di un'eccedenza tale da permettergli di destinare al mantenimento dei figli un importo analogo per tutti e tre, a ragione il Tribunale di appello ha concluso che le poste relative alla seconda moglie del ricorrente dovevano essere trascurate nel calcolo degli alimenti spettanti agli figli (di primo letto).

Invero ci si può domandare come mai - come previsto dall'art. 276a del progetto di revisione del diritto al mantenimento - il Tribunale federale non affermi una volta per tutte che il mantenimento dei figli è prioritario rispetto a quello del coniuge, dato che dalla sentenza qui riportata a mio giudizio si evince chiaramente proprio questo principio (ciò che d'altra parte è anche condiviso da una parte importante della dottrina).

 

Data creazione: 16 giugno 2014
Data modifica: 16 giugno 2014

Protezione dell'unione coniugale - redditi elevati - calcolo alimenti per il coniuge

Caso 326, 1 febbraio 2014 << caso precedente | caso successivo >>

Nell'ambito di una procedura di misure a protezione dell'unione coniugale, in caso di redditi elevati, quale è il metodo di calcolo del contributo alimentare a favore del coniuge?

In una sentenza del 30 dicembre 2013, il Tribunale d'appello di Lugano ha stabilito quanto segue:

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

I coniugi si sono uniti in matrimonio nel 2002. Dalla loro unione sono nati due figli, rispettivamente nel 2004 e nel 2007. La separazione di fatto data del dicembre 2010. Il marito è un professionista indipendente, la moglie dal 2007 casalinga. Nel febbraio 2011 la moglie ha chiesto l'adozione di misure a protezione dell'unione coniugale.
Con sentenza del novembre 2011 il Giudice di prima istanza ha previsto, tra gli altri punti, il versamento di un contributo alimentare del marito alla moglie pari a CHF 11'165.00 mensili, oltre gli alimenti per i figli.
Il marito ha presentato appello.

Il Tribunale d'appello ha innanzi tutto ricordato che nell'ambito delle misure a protezione dell'unione coniugale la procedura è sommaria, per la quale vige il principio inquisitorio "attenuato" (limitato" o "sociale"). Mezzi di prova nuovi sono ricevibili in appello solo se vengono immediatamente addotti e se dinanzi alla giurisdizione inferiore non era possibile addurli nemmeno con la diligenza ragionevolmente esigibile, tenuto conto delle circostanze (art. 317 cpv. 1 CPC).
In concreto il marito ha chiesto in sede di appello di acquisire agli atti il proprio bilancio e conto economico al 31.12.2009, ma i documenti potevano essere già prodotti davanti al Pretore (art. 229 cpv. 3 CC), per cui è stata respinta la sua richiesta di poterli produrre in sede di appello.

Fatta questa - importante - premessa procedurale, si pone ora il problema del calcolo del contributo di mantenimento muliebre. Il Pretore ha applicato il metodo di calcolo di divisione delle eccedenze, concetto che per contro il Tribunale d'appello ha ritenuto errato.

Nel caso concreto il marito ha un reddito accertato in CHF 27'000.00 mensili e un fabbisogno di CHF 6'000.00 mensili, mentre la moglie non ha entrate proprie e ha un fabbisogno minimo di CHF 5'350.00 mensili.

Il metodo di calcolo delle eccedenze non può essere applicato ove si renda verosimile che durante la vita in comune i coniugi non destinavano tutti i loro redditi al mantenimento della famiglia. Dove non trova applicazione il calcolo delle eccedenze, va verificato l'ammontare in base al principio del dispendio effettivo, nel senso che il coniuge creditore deve allegare e rendere verosimile le spese necessarie per il mantenimento del suo tenore di vita precedente la separazione.

Nel casco specifico è assodato che  durante la comunione domestica i coniugi vivevano in condizioni finanziarie particolarmente agiate, ove appena si consideri il reddito del marito di CHF 27'000.00 mensili. Il Pretore non poteva applicare il calcolo delle eccedenze, ma doveva calcolare il contributo di mantenimento del marito applicando il metodo del dispendio effettivo ed esigere che il coniuge creditore rendesse verosimili le spese necessarie per mantenere il proprio tenore di vita antecedente la separazione.

Ora, dato che la moglie ha reso verosimile un proprio dispendio prima della separazione pari a CHF 7'850.00 mensili, questo è il contributo alimentare che le spetta, ritenuto che il marito, con un reddito di CHF 27'000.00 mensili, anche considerando un proprio fabbisogno di CHF 10'400.00 mensili - come pretende in appello - ha la disponibilità per far fronte al mantenimento muliebre di CHF 7'850.00 mensili e dei figli pari a CHF 2'200.00 mensili per l'uno e CHF 1'900.00 mensili per l'altro, importi questi non controversi.

Ora, la sentenza in questione riporta che finalmente anche il Tribunale d'appello di Lugano in caso di redditi elevati non ritiene applicabile, in ambito di misure a protezione dell'unione coniugale, il calcolo delle eccedenze, e ciò senza tener conto se i coniugi avessero o meno risparmiato durante l'unione domestica. Questa giurisprudenza - che si discosta dalla precedente e più rigida prassi (v. caso - 108) - è certamente da salutare favorevolmente, dato che si conforma a quanto il Tribunale federale riconosce ormai da anni.

 

Data creazione: 1 febbraio 2014
Data modifica: 1 febbraio 2014

Alimenti per il coniuge dopo il divorzio - metodo di calcolo e durata

Caso 322, 1 dicembre 2013 << caso precedente | caso successivo >>

Quale può essere il metodo di calcolo dei contributi di mantenimento fra coniugi post divorzio nel caso in cui i redditi durante il matrimonio venivano integralmente consumati? Per quanto tempo è ipotizzabile il versamento?

In una sentenza del 15 maggio 2013, il Tribunale federale di Losanna ha stabilito quanto segue:

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

Il marito è nato nel 1958 e la moglie nel 1956. Il matrimonio è stato celebrato il 16 giugno 1989. Dall'unione coniugale non sono nati figli. Le parti sono separate nell'agosto 2008.

Il marito è giardiniere paesaggista e il suo stipendio è di ca. CHF 90'000.00 annui. La moglie ha una formazione di segretaria; appassionata di cavalli, ha dato in passato delle lezioni di equitazione e dal 2010 beneficia di una rendita di invalidità di CHF 1'160.00 mensili a seguito di una depressione.
La separazione dei coniugi è stata dapprima regolamentata da una convenzione privata, poi nell'ambito di una procedura di misure a protezione dell'unione coniugale. Il 1° novembre 2010 il marito ha inoltrato la procedura di divorzio unilaterale, durante la quale, pendente una procedura cautelare, le parti hanno trovato un accordo provvisionale, il quale prevedeva tra l'altro il versamento di un contributo alimentare del marito alla moglie pari a CHF 3'750.00 mensili. Il divorzio è stato pronunciato il 5 ottobre 2011, dove è stato fissato il contributo di mantenimento muliebre a CHF 2'200.00 mensili, da versarsi fino all'età AVS del marito. Su ricorso della moglie, il Tribunale d'appello ha aumentato il contributo di mantenimento a CHF 2'840.00 mensili, lasciando invariata la durata.
La moglie ha ricorso al Tribunale federale, chiedendo un contributo di mantenimento di CHF 4'240.00 mensili vita natural durante.

Litigiosi sono l'ammontare del contributo alimentare a favore della moglie e la durata.

Il Tribunale federale, ricordando i principi che reggono il diritto al contributo alimentare coniugale, ha indicato che nel caso concreto il matrimonio ha influito sulla situazione finanziaria del coniuge creditore ("lebensprägend"), siccome, anche se dall'unione coniugale non sono nati figli, il matrimonio è durato una ventina d'anni. Neppure il fatto che la moglie abbia svolto durante il matrimonio un'attività lavorativa marginale (corsi di equitazione per CHF 600.00 mensili di reddito dal 1990 al 2007) può permettere di ribaltare tale presunzione, dal momento che non ha permesso alla moglie di assicurarsi una certa autonomia.

Sul metodo di calcolo dell'ammontare del contributo alimentare muliebre, il Tribunale federale ha rilevato che nel caso concreto le parti non hanno accumulato risparmi e la rendita AI della moglie, pari a CHF 1'160.00 mensili, non permette di compensare i cosi supplementari dovuti a due economie domestiche separate, per cui si giustifica l'applicazione del cosiddetto calcolo delle eccedenze, naturalmente tenuto conto anche della rendita AI percepita dalla moglie.

Sulla durata del contributo alimentare, il Tribunale federale ricorda che occorre riferirsi ai criteri previsti all'art. 125 cpv. 2 CC (come d'altra parte già indicato nella sentenza pubblicata in DTF 132 III 598, consid. 9.1); è necessario in particolare prendere in considerazione anche le aspettative dell'assicurazione per la vecchiaia e i superstiti e della previdenza professionale o di altre forme di previdenza  (art. 125 cpv. 2 cifra 8 CC). Anche se sovente il contributo alimentare è previsto fino a quando il coniuge debitore raggiunge l'età AVS, non si può escludere che vi sia il diritto alla rendita senza una limitazione nel tempo (DTF 132 III 593, consid. 7.2 e sentenze citate) e ciò in particolare quando non vi è da attendersi un miglioramento della situazione finanziaria del coniuge creditore e che i mezzi economici del coniuge debitore lo permettano (v. in particolare sentenza TF 5A_679/2007 del 13 ottobre 2008, consid. 4.6.1).
Nel caso concreto la previdenza professionale del marito è stata ripartita in sede di divorzio in ragione di 1/2 ciascuno ai sensi dell'art. 122 CC, per cui i coniugi si trovano in una situazione paritaria, nel senso che la moglie, che ha lavorato poco durante il matrimonio, ha avuto la possibilità di compensare la perdita pensionistica: non vi sono pertanto elementi che possano condurre a prevedere un contributo alimentare a suo favore anche dopo il pensionamento del marito: non vi sono infatti elementi che possano far suppore che il marito, che svolge un'attività lavorativa da dipendente, continui la sua attività professionale dopo i 65 anni.

Nel calcolo del contributo di mantenimento occorrerà comunque prendere in considerazione nel fabbisogno della moglie gli oneri concernenti l'obbligo per la medesima di pagare dei contributi AVS e che dovrà costituirsi una previdenza professionale per il periodo tra il momento della suddivisione della cassa pensioni con il marito e la data quando la stessa percepirà la rendita AVS, dato che la costituzione di una previdenza di vecchiaia appropriata fa parte del debito mantenimento post divorzio (art. 125 cpv.1 CC i.f. e DTF 135 III 158, consid. 4.1; v. anche caso 220).
 

Annoto come il Tribunale d'appello di Lugano si scosti dalla giurisprudenza del Tribunale federale sopra riassunta, applicando un calcolo differente (v. caso 262). Invero il metodo di calcolo del Tribunale federale è senz'altro meno complesso e da condividere.

Data creazione: 1 dicembre 2013
Data modifica: 7 dicembre 2013

Minimo esistenziale LEF - adeguamento in caso di alto tenore di vita

Caso 320, 1 novembre 2013 << caso precedente | caso successivo >>

Il Minimo Esistenziale LEF può essere adeguato in caso di alto tenore di vita?

In una sentenza del 16 ottobre 2013, il Tribunale d'appello di Lugano ha stabilito quanto segue:

Dandosi coniugi con alto livello di vita, il minimo esistenziale del diritto esecutivo può rivelarsi insufficiente per coprire le spese effettive. In simili ipotesi il fabbisogno minimo può essere definito in base al reale dispendio, sommando le uscite documentate.

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

I coniugi sono sposati dal 1986, in regime di separazione dei beni. Dal matrimonio sono nate due figlie, di cui oggi una ancora minorenne. Il marito ha promosso un'azione unilaterale di divorzio e ha avviato anche una procedura cautelare tesa tra l'altro ad ottenere un contributo alimentare per sé. Con decreto cautelare il Pretore ha fissato un certo importo a titolo di alimenti per il marito. Entrambe le parti sono insorte in appello, postulando il marito una cifra alimentare più elevata rispetto a quella riconosciutagli in prima sede, la moglie la soppressione del contributo di mantenimento a favore del marito.
Il marito ha un reddito che si aggira sui CHF 8'000.00 mensili, mentre la moglie di ca. CHF 22'000.00 mensili.
Tra le varie censure sollevate in appello, la moglie ha indicato che avrebbe delle spese che sono di regola contemplate nel minimo esistenziale LEF, ma di fatto superiori alla media.

Il Tribunale d'appello si è chinato sulla censura e ha spiegato che gli alimentari, il vestiario, l'abbonamento telefonico, l'allacciamento ad internet, la tassa di ricezione radiotelevisiva, i giornali, il cinema, il parrucchiere, le spese varie per la casa rientrano già nel minimo esistenziale del diritto esecutivo (FU 68/2009, pag. 6292, cifra I; Rep. 1994, pag. 297; Rep. 1995, pag. 141). Ha altresì precisato che la tesi della moglie appellante, secondo cui in situazioni agiate non si giustifica di includere tali spese nel minimo esistenziale del diritto esecutivo, non appare fuori luogo: dandosi coniugi con alto livello di vita, invero, il minimo esistenziale del diritto esecutivo può rivelarsi insufficiente per coprire le spese effettive (analogamente  I CCA 11.2010.112 del 17 giugno 2013, consid. 6c). In simili ipotesi il fabbisogno minimo va definito in base al reale dispendio, sommando le uscite documentate.

Tuttavia nella presente fattispecie la moglie ha presentato un riassunto delle proprie spese annue, ma non le ha rese verosimili, limitandosi a produrre dei classificatori contenenti una mole di ordini di pagamento bancari alla rinfusa. Chi sceglie di fondarsi sul calcolo delle spese effettive deve indicare quali giustificativi le sorreggano e non può limitarsi ad allegare un carteggio informe. Né incombe al giudice, tanto meno in una procedura sommaria, vagliare di propria iniziativa una documentazione ponderosa per verificare sistematicamente la corrispondenza tra le spese esposte e i giustificativi allegati (analogamente I CCA 11.2010.112 del 17 giugno 2013, consid. 6d con rinvii).
Chi sceglie di far valere il proprio fabbisogno minimo in base al dispendio effettivo non può limitarsi a rendere verosimili determinate uscite e non altre. Non può invocare il minimo esistenziale del diritto esecutivo e maggiorarlo di spese a piacimento, per altro già comprese in quel minimo (ancorché in minor misura: in casu abbigliamento, palestra, prodotti di pulizia, giornali e parrucchiere). Deve per contro giustificare i singoli costi, senza più valersi del minimo in questione.

Il minimo esistenziale del diritto esecutivo per contro non include spese per vacanze, gioielli, quadri, estetista, manicure che vanno calcolati in aggiunta; tuttavia anche tali spese devono nondimeno essere rese verosimili già ad un sommario esame con chiaro rinvio ai giustificativi, sempre che siano ricorrenti e non meramente sporadiche.

Data creazione: 1 novembre 2013
Data modifica: 22 ottobre 2014

Modifica della sentenza di divorzio - soppressione del contributo di mantenimento in caso di concubinato

Caso 312, 16 giugno 2013 << caso precedente | caso successivo >>

Il concubinato del coniuge divorziato creditore dell'alimento comporta automaticamente la soppressione del contributo di mantenimento a suo favore?

In una sentenza del 27 febbraio 2013 il Tribunale federale di Losanna ha stabilito quanto segue:

Il concubinato qualificato del coniuge divorziato creditore del contributo alimentare non provoca automaticamente il decadimento del medesimo ai sensi dell'art. 130 cpv. 2 CC, applicabile per contro in caso di nuovo matrimonio. E' per contro l'art. 129 cpv. 1 CC che si applica.

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

I coniugi si sono sposati nel 1973. Nel 2001, dopo 5 anni di separazione, hanno inoltrato al giudice una domanda comune di divorzio. Lo stesso anno il Giudice ha pronunciato il divorzio e omologato la convenzione sulle relative conseguenze accessorie. Il marito si è tra l'altro obbligato a pagare un contributo alimentare a favore della moglie fino al di lei pensionamento (2016).

Nel 2011 il marito ha promosso davanti al giudice un'azione di modifica della sentenza di divorzio, invocando una modifica rilevante e duratura delle circostanze, in particolare il fatto che la moglie vivrebbe in concubinato stabile, chiedendo dunque in via principale la soppressione del contributo di mantenimento a suo favore e in via subordinata la sua sospensione. Le istanze cantonali hanno respinto la richiesta, mentre il Tribunale federale l'ha accolta, sopprimendo con effetto al 1° aprile 2011 (giorno dell'inoltro della richiesta) il contributo alimentare del marito.

Ora, se l'art. 130 cpv. 2 CC, applicabile in caso di nuovo matrimonio, non trova applicazione in caso di concubinato qualificato, per quest'ultimo si può ricorrere all'art. 129 cpv. 1 CC, il quale permette al giudice di ridurre, sopprimere o provvisoriamente sospendere il contributo alimentare (cfr. sentenza TF 5C.265/2002 del 1 aprile 2003, consid. 2.4 non pubblicato in DTF 129 III 257).

L'art. 129 cpv. 1 CC prevede che se la situazione muta in maniera rilevante e durevole, la rendita può essere ridotta, soppressa o temporaneamente sospesa; un fatto è nuovo se non è stato preso in considerazione per la quantificazione del contributo alimentare nella procedura di divorzio. Non è determinante la prevedibilità di un fatto nuovo, bensì esclusivamente il fatto che la rendita è stata quantificata senza considerare tali circostanze future (DTF 138 III 289, consid. 11.1.1; DTF 131 III 189, consid. 2.7.4; sentenza TF 5A_93/2011, consid. 6.1, del 13 settembre 2011; sentenza TF 5A_845/2010, consid. 4.1 del 12 aprile 2011).

La qualifica di concubinato qualificato è già stata definita dal Tribunale federale (cfr. ad es. caso-294, con riferimenti: si tratta di una comunità di vita a carattere esclusivo e di una certa durata con un nuovo partner, con delle componenti spirituali, corporee ed economiche: comunità di tetto, di tavola e di letto). Se il concubinato dura da 5 anni al momento dell'apertura dell'azione di modifica della sentenza di divorzio sussiste una presunzione, per la quale si può portare la prova del contrario, che il concubinato è stabile.

La sospensione o la soppressione del contributo alimentare in caso di concubinato qualificato può essere decisa anche nel caso in cui il concubinato non sia durato ancora 5 anni, dal momento in cui la convivenza risulta stabile per altri fattori che non la durata (v. sentenza TF 5A_81/2008, consid. 5.4.4. dell'11 giugno 2008; sentenza TF 5C.296/2011, consid. 3b/bb del 12 marzo 2002). La scelta tra la sospensione e la soppressione del contributo alimentare va valutata di caso in caso a dipendenza degli interessi in gioco: da un lato l'interesse del creditore alimentare di veder ripristinato il contributo alimentare in caso di cessazione del concubinato e dall'altro l'interesse del debitore alimentare di essere definitivamente liberato dall'obbligo alimentare.

Nel caso concreto i giudici cantonali avevano ritenuto che il concubinato non fosse un fatto nuovo, siccome era ipotizzabile, per cui prevedibile, al momento del divorzio. Il Tribunale federale ha ritenuto questa tesi contraria al diritto federale, precisando che è decisivo sapere non tanto se i coniugi all'epoca del divorzio potessero immaginare di rifarsi una vita e di vivere in futuro in concubinato con un altro partner, bensì se l'hanno espressamente previsto all'epoca del divorzio, regolamentando ciò in convenzione.
Ora, sempre nel caso concreto nella convenzione di divorzio nulla si legge in merito all'ipotesi di sospensione o soppressione dell'alimento in caso di un futuro concubinato; a quell'epoca la moglie non viveva in concubinato, ciò che ha avuto inizio a fine 2001, dopo la pronuncia del divorzio. Anche i calcoli sul fabbisogno minimo della moglie all'epoca del divorzio si riferivano ad una persona che vive sola. in queste circostanze e senza che in convenzione di divorzio sia stato espressamente regolamentato qualcosa, anche se l'alimento è stato fissato per una durata determinata (pensionamento della moglie, 2016), non si può in buona fede ritenere che i coniugi avessero preso in considerazione l'ipotesi di un futuro concubinato della moglie e previsto che un tale concubinato non potesse avere alcun influsso sul contributo alimentare.

Si tratta ora di sapere se l'alimento va soppresso o sospeso.
Nel caso concreto all'inoltro della procedura giudiziaria il concubinato della moglie era in essere da oltre 10 anni. D'altra parte non è contestato che tale concubinato sia da considerare qualificato. Vista la sua lunga durata, si giustifica dunque la soppressione del contributo alimentare. Invero la dottrina ritiene giustificata la soppressione, e non la semplice sospensione, se il concubinato qualificato dura almeno già da 5 anni (cfr. anche consid. 5.1.2.1 della sentenza qui commentata).

Data creazione: 16 giugno 2013
Data modifica: 16 giugno 2013

Matrimonio "Lebensprägend" - sradicamento culturale

Caso 305, 1 marzo 2013 << caso precedente | caso successivo >>

Il fatto che un coniuge straniero lasci il suo paese per risiedere in Svizzera con il marito, fa presumere l'esistenza di un matrimonio "lebensprägend"?

In una sentenza del 20 settembre 2012, il Tribunale federale di Losanna ha stabilito quanto segue:

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

La moglie, nata nel 1966, di nazionalità bielorussa, e il marito, nato nel 1948, di nazionalità svizzera, si sono sposati il 6 settembre 2002 nel Canton Vaud. I coniugi si sono incontrati per il tramite di un'agenzia matrimoniale alla quale la moglie si era iscritta nel suo paese di origine nel 2001. La moglie è giunta in Svizzera durante l'estate del 2002; dal matrimonio non sono nati figli. Con decisione di misure a protezione dell'unione coniugale del 12 novembre 2003, i coniugi sono stati autorizzati a vivere separati.
Il 21 marzo 2005 il marito ha inoltrato una procedura di nullità del matrimonio, subordinatamente di divorzio. Un punto controverso è rimasto quello relativo all'eventuale contributo di mantenimento muliebre.

Secondo l'art. 125 cpv. 1 CC, se non si può ragionevolmente pretendere che un coniuge provveda da sé al proprio debito mantenimento, inclusa un’adeguata previdenza per la vecchiaia, l’altro coniuge gli deve un adeguato contributo di mantenimento. La normativa in questione concretizza due principi: da un lato quello dell'indipendenza economica dei coniugi dopo il divorzio e dall'altro quello della solidarietà post divorzio.

Un contributo alimentare è di principio dovuto dopo il divorzio se il matrimonio ha avuto un influsso concreto sulla situazione finanziaria del coniuge creditore (matrimonio "lebensprägend" - DTF 137 III 102, consid. 4.1.2).
Se il matrimonio è durato almeno 10 anni (periodo da calcolare fino alla data di separazione di fatto delle parti - DTF 132 III 598, consid. 2) di principio è "lebensprägend". Indipendentemente dalla sua durata, vale a dire anche se è durato meno di 10 anni, è pure "lebensprägend" il matrimonio che ha visto sradicato culturalmente un coniuge (sentenza TF 5A_649/2009 del 23 febbraio 2010, consid. 3.3.2 e sentenze citate), se il coniuge creditore si può prevalere di una situazione di fiducia ("Vertrauenposition", sentenza TF 5C.49/2005 del 23 giugno 205, consid. 2.1) o se sono nati dei figli comuni (DTF 135 III 59, consid. 4.1).
Ma anche un tale matrimonio non dà automaticamente diritto ad un contributo alimentare, ritenuto che il principio dell'autonomia di mantenimento è superiore rispetto al principio del mantenimento, dato che un coniuge può chiedere un contributo alimentare solo se non può da solo mantenersi debitamente e se l'altro coniuge può provvedere al mantenimento (DTF 137 III 102, consid. 4.1.1).

Nel caso concreto, dato che il matrimonio è durato di fatto 11 mesi e dal medesimo non sono nati figli, lo stesso non può essere considerato "lebensprägend"; tuttavia occorre valutare l'eventuale sradicamento culturale. La moglie era prima di sposarsi attiva professionalmente nel suo paese, la Bielorussia, e con la conoscenza del marito e successivo matrimonio ha scelto di lasciare l'attività lavorativa nel suo paese, per trasferirsi in Svizzera. Con l'iscrizione all'agenzia matrimoniale che stampa la propria pubblicazione all'estero, la moglie ha preso in considerazione la possibilità di incontrare un uomo residente all'estero, accettando altresì l'eventualità di dover partire per l'estero, rinunciando così al proprio lavoro, ciò che ha fatto quando ha conosciuto suo marito.

 

Nella sentenza del 23 aprile 2015 (sentenza TF 5A_844/2014) il Tribunale federale ha precisto che uno sradicamento culturale non è comunque dato quando dopo la separazione l’avente diritto al contributo di mantenimento è tornato nel suo Paese d’origine, ha trovato lì subito un posto di lavoro e solamente alcuni anni dopo il rientro fa valere delle pretese di mantenimento.

Data creazione: 1 marzo 2013
Data modifica: 29 novembre 2015

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