Alimenti per il coniuge

Alimento al genitore che deve prendersi cura dei figli bisognosi di cure

Caso 169, 2 aprile 2007 << caso precedente | caso successivo >>

Quale è l'età determinante dei figli per poter pretendere che il genitore affidatario possa riprendere un'attività lavorativa a tempo pieno nel caso in cui il figlio abbia bisogno di cure particolari?

In due sentenze, una del 14 settembre 2005 e l'altra del 2 agosto 2006*, il Tribunale Federale di Losanna ha stabilito quanto segue:

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

Secondo l'ormai costante giurisprudenza del Tribunale federale, rimasta invariata anche con l'entrata in vigore del nuovo diritto del divorzio del 1° gennaio 2000, il limite d'età per cui il genitore affidatario (di regola la madre) è costretto ad intraprendere un'attività lavorativa a tempo parziale è quando il figlio più piccolo compie 10 anni, rispettivamente a tempo pieno quando compie i 16 anni (cfr. caso 055 e DTF 115 II 6).
Vi sono vari motivi per cui si può derogare a questa regola, come ad es. gli altri fattori di ponderazione previsti all'art. 125 cpv. 2 CC.
Nelle sentenze del Tribunale federale oggetto del presente commento, la giurisprudenza ha previsto la possibilità di derogare alla regola sopra descritta anche nel caso in cui il genitore affidatario non si occupa del quotidiano del figlio, siccome p. es. il figlio è collocato in una struttura in internato (in questo caso il Tribunale federale ha ritenuto che il limite dei 16 anni di età del figlio può essere abbassato - sentenza 5P.242/2006) oppure nel caso in cui il figlio necessita di cure particolari, siccome con problemi di salute (in quest'altro caso il Tribunale federale ha ritenuto che il limite dei 16 anni di età del figlio potesse essere aumentato, segnatamente a 18 anni, momento in cui il bambino in questione, sofferente di un'epilessia congenita e di diversi ritardi sullo sviluppo, potrà beneficiare di una struttura statale protetta con un relativo lavoro; da notare che comunque per la madre, genitore affidatario, vista l'età della medesima - 54 anni - e l'assenza dal lavoro da parecchi anni - 24 - , i suoi problemi di salute, la situazione del mercato del lavoro e la buona situazione economica dell'ex marito, il Tribunale federale ha preteso una sua attività comunque solo a tempo parziale anche dopo il compimento dei 18 anni di età del figlio - sentenza 5C.171/2005).

 

* Sentenza non pubblicate sulla raccolta ufficiale, ma reperibili sul sito internet del Tribunale Federale: 5P.242/2006 e 5C.171/2005.

Segnalo che nella sentenza TF 5A_560/2008 del 3 dicembre 2008 il Tribunale federale ha confermato che se il genitore affidatario esercita un'attività lavorativa a tempo parziale, allorquando che teoricamente potrebbe non farlo a seguito dell'età dei figli, per il calcolo degli alimenti a favore di tale genitori occorre riferirsi al reddito effettivamente conseguito , ma non si può pretendere che che aumenti la sua percentuale lavorativa.

Segnalo inoltre che la giurisprudenza del Tribunale federale dei 10/16 anni dei figli secondo la quale questa regola non si applica necessariamente alla nuova moglie del padre dei minori è stata confermata con sentenza 5A_214/2010 del 9 novembre 2010.

Data creazione: 2 aprile 2007
Data modifica: 17 agosto 2011

Contributo alimentare decretato dopo la sentenza di divorzio, quando gli effetti accessori sono ancora controversi

Caso 167, 5 marzo 2007 << caso precedente | caso successivo >>

Da quando decorre il contributo di mantenimento a favore dell'ex coniuge deciso nella sentenza di divorzio? Quali sono le condizioni alla base di un contributo di mantenimento decretato quando il processo sugli effetti accessori non è ancora terminato?

In una sentenza del 12 agosto 2004* il Tribunale d'appello di Lugano ha stabilito quanto segue:

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

Secondo l'art. 126 cpv. 1 CC il Giudice stabilisce il contributo di mantenimento a favore dell'ex coniuge sotto forma di rendita e fissa l'inizio dell'obbligo di versamento. Se la sentenza di divorzio non prevede a partire da quando decorra il contributo, l'obbligo di versamento comincia con il passaggio in giudicato della sentenza di divorzio. L'inizio dell'obbligo di mantenimento dopo il divorzio può essere fissato anche al momento del passaggio in giudicato parziale, e ciò quand'anche il giudice delle misure provvisionali abbia stabilito un contributo di mantenimento che si estende oltre tale data (DTF 128 III 121). Il momento a partire dal quale decorre il contributo alimentare può essere fissato anche a partire da una data parecchio posteriore la pronuncia del divorzio: ad es. può coincidere con il pensionamento allorquando un coniuge anziano è in grado di provvedere al proprio mantenimento dopo il divorzio, ma non dispone di una sufficiente previdenza di vecchiaia. L'art. 126 cpv. 3 CC prevede inoltre che il Giudice può subordinare a determinate condizioni il contributo di mantenimento (ad es. si può prevedere un aumento della rendita qualora una delle clausole della convenzione sulle conseguenze accessorie al divorzio non fosse adempiuta o ad es. in caso di un eventuale insuccesso del reinserimento professionale previsto al momento del divorzio): cfr. per alcuni esempi il Messaggio sulla revisione del diritto di famiglia (FF 1996, pag. 128). Se appare pacifica la possibilità di far decorrere il contributo alimentare a partire da un periodo posteriore la crescita in giudicato della sentenza di divorzio, parte della dottrina ritiene che si potrebbe prevedere la decorrenza anche a partire da un periodo precedente (ad es. Gloor/Spycher, Basler Commentar, N. 4 ad art. 126 CC), questione tuttavia non considerata da altra dottrina (ad es. Schwenzer, Famkommentar, N. 10 ad art. 126 CC), nè dal Tribunale federale (DTF 128 III 121).
Giusta l'art. 137 cpv. 2 terza frase CC le misure provvisionali - decretate pendente causa o dopo lo scioglimento del matrimonio, ove il processo sugli effetti del divorzio non fosse ancora terminato - sono rette, per analogia, dalle disposizioni a tutela dell'unione coniugale. Il criterio per la definizione dei contributi alimentari si fonda in tal caso, sul riparto dell'eccedenza - di regola a metà - una volta dedotto dal reddito familiare il fabbisogno dei coniugi e dei figli (il cosiddetto "calcolo delle eccedenze"). Il principio testé riassunto non è tuttavia senza limiti. Nel caso in cui sia altamente verosimile che in esito al divorzio non sarà accordato alcun contributo di mantenimento (art. 125 CC) è possibile in effetti che, una volta passato in giudicato lo scioglimento del matrimonio, il Giudice delle misure provvisionali rifiuti ogni contributo.

Data creazione: 5 marzo 2007
Data modifica: 20 aprile 2009

Influenza della convivenza prematrimoniale sul calcolo del contributo alimentare dopo il divorzio

Caso 162, 4 dicembre 2006 << caso precedente | caso successivo >>

Come viene considerata una convivenza precedente al matrimonio nell'ambito del calcolo del contributo di mantenimento post divorzio?

In una sentenza del 7 agosto 2006* il Tribunale federale di Losanna ha stabilito quanto segue:

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

La fattispecie è sinteticamente la seguente:

  • convivenza a partire dal 1983;
  • matrimonio del 1990;
  • dall'unione non è nato nessun figlio;
  • separazione di fatto del 1994;
  • inizio procedura di divorzio nel 2001;
  • pronuncia del divorzio nel 2004.

Il problema posto è quello relativo all'influsso che può avere la convivenza prematrimoniale (dal 1983 al 1990) sul calcolo del contributo alimentare a favore di un coniuge al momento della pronuncia del divorzio (del 2004).
Il Tribunale federale ricorda che con l'attuale diritto per il calcolo del contributo alimentare a favore di un coniuge divorziato occorre ritenere da un lato il principio del clean break e dall'altro quello della solidarietà; "clean break" significa che ciascun coniuge deve recuperare la sua indipendenza economica e provvedere autonomamente al proprio mantenimento; "solidarietà" significa che i coniugi sono reciprocamente responsabili, nel senso che entrambi i coniugi devono sopportare le conseguenze della ripartizione dei compiti concordata durante il matrimonio (cfr. in merito caso-085, caso-104, E. Epiney-Colombo, La donna è mobile...).
Il tribunale federale ricorda inoltre che se è vero che per calcolare il contributo di mantenimento post divorzile occorre tra l'altro prendere in considerazione anche la durata del matrimonio (art. 125 cpv. 2 cifra 2 CC), la data della pronuncia del divorzio non può essere ritenuta determinante se prima vi è stata una separazione di lunga durata, durante la quale i coniugi si sono adattati alla nuova situazione (DTF 127 III 136, consid. 3c pag. 140).
Allora la domanda è la seguente: è rilevante la convivenza avuta dai coniugi prima di sposarsi per calcolare l'eventuale contributo alimentare post divorzile? La dottrina è divisa e il Tribunale federale, nella sentenza qui commentata, ha indicato che a seconda delle circostanze il periodo di convivenza prematrimoniale dev'essere considerato. Nel caso concreto dal 1983 la moglie (a quel tempo convivente) si è occupata della cura e dell'educazione di quattro bambini, di cui due (del marito) che nel 1983 avevano rispettivamente 9 e 10 anni, riducendo tra l'altro la propria attività lavorativa a favore di quella dell'allora compagno.
Una convivenza prematrimoniale può dunque avere influenza sul modo di vita futuro dei coniugi e se così è nell'ambito della commisurazione del contributo di mantenimento post divorzio non ci si può limitare a ritenere la durata di un matrimonio (nel senso di vita comune dalla data del matrimonio) di soli 4 anni (2001-2004), bensì occorre considerare che vi è stata una vita comune complessivamente di 12 anni, siccome tutti questi anni hanno influenzato la situazione economica del coniuge avente diritto agli alimenti.
D'altra parte, dato che il divorzio è stato pronunciato dopo una separazione di ca. 10 anni (dal 1994 al 2004), conformemente alla giurisprudenza del Tribunale federale pubblicata in DTF 130 III 537, consid. 2 pag. 539/540 e DTF 129 III 7, consid. 3.1.1 pag. 8/9 e riferimenti, la situazione del coniuge creditore durante questo periodo risulta di principio determinante per fissare l'ammontare del contributo alimentare. Inoltre il coniuge beneficiario può pretendere di mantenere il tenore di vita che aveva durante il lungo periodo di separazione che ha preceduto il divorzio anche quando, nei primi anni di separazione di fatto, aveva sostenuto tale tenore di vita con risorse proprie, per poi postulare un contributo alimentare pendente causa a seguito della fine della sua carriera professionale (nel caso concreto artistica di attrice e cantante).

Il Tribunale federale ha precisato in una successiva sentenza che se in presenza di particolari circostanze, la durata del concubinato che ha preceduto il matrimonio può essere considerata nell’ambito della valutazione sulla durata del matrimonio, non si tratta però di procedere a un’operazione per così dire aritmetica di aggiunta degli anni di concubinato per determinare la durata del matrimonio. Si tratta piuttosto di esaminare se sia degna di protezione la fiducia messa nel matrimonio concluso con sullo sfondo il concubinato precedente e il matrimonio debba in questo senso essere considerato quale matrimonio con ripercussioni sulla vita di un coniuge. Un concubinato può quindi essere unicamente introdotto nella valutazione complessiva, quando il medesimo abbia avuto ripercussioni durature sulla vita di un coniuge, cosicché con la conclusione del matrimonio siano state assunte delle responsabilità e siano state confermate delle intese create in precedenza. Ciò può essere il caso qualora un partner abbia rinunciato a un proprio sviluppo fuori dalle mura domestiche per favorire la carriera professionale dell’altro, o per accudire figli comuni rispettivamente i figli del partner (sentenza pubblicata in DTF 135 III 59, cfr. anche FamPra.ch, 1/2009, N. 8, pag. 184).

Data creazione: 4 dicembre 2006
Data modifica: 28 aprile 2009

Aspettative ereditarie - computo di una quota di eredità gravata da usufrutto per il calcolo del contributo di mantenimento dopo il divorzio

Caso 154, 2 agosto 2006 << caso precedente | caso successivo >>

La nuda proprietà è considerata per la commisurazione dei contributi alimentari? E come vengono considerate le aspettative ereditarie?

In una sentenza del 23 novembre 2005*, il Tribunale Federale di Losanna ha stabilito quanto segue:

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

Secondo il diritto in vigore fino al 31 dicembre 1999 le aspettative (tra cui quelle ereditarie verso l'altro coniuge) erano considerate esplicitamente nell'ambito dell'applicazione dell'allora vigente art. 151 vCC. Altra questione era invece quella concernente la possibilità di considerare, sempre per il calcolo degli alimenti, le aspettative ereditarie relativamente all'ipotesi di decesso di un genitore di un coniuge; su tale aspetto la dottrina maggioritaria era dell'opinione che non dovessero essere prese in considerazione.
Il Tribunale Federale si era espresso in passato per il caso in cui era il coniuge creditore ad essere il possibile beneficiario di eredità: cfr. DTF 114 II 117; la sentenza è stata oggetto di commento da parte della dottrina (cfr. referenze citate al consid. 2.2 della sentenza qui commentata).

Secondo i Giudici di Losanna la revisione del diritto entrato in vigore il 1° gennaio 2000 non ha cambiato nulla in merito. Nel caso in esame è stato precisato che è esclusa la possibilità di considerare, per il calcolo dei contributi di mantenimento, mere aspettative ereditarie che dovesse avere il coniuge debitore dell'alimento. E' infatti escluso che si possano considerare dei beni patrimoniali se i medesimi non fanno parte della massa patrimoniale del coniuge debitore.
Inoltre nel caso concreto di beni gravati da usufrutto a favore di terzi (è il caso in una successione, in cui un coniuge risulta il figlio, nudo proprietario di beni lasciati in usufrutto al proprio genitore dall'altro deceduto) fintanto che sussiste la mera nuda proprietà a favore del coniuge, la sostanza risulta irrilevante per il calcolo dei contributi alimentari.


* Sentenza non pubblicata sulla raccolta ufficiale, ma reperibile sul sito internet del Tribunale Federale: 5C.27/2005.

Data creazione: 2 agosto 2006
Data modifica: 28 aprile 2009

Misure a protezione dell'unione coniugale - obbligo della moglie di riprendere o estendere un'attività lavorativa

Caso 148, 2 maggio 2006 << caso precedente | caso successivo >>

Nell'ambito di una procedura di misure a protezione dell'unione coniugale è possibile pretendere che il coniuge che non esercita un'attività lavorativa o la eserciti solo a tempo parziale riprenda o estenda un'attività lavorativa?

In una sentenza del 27 maggio 2005*, il Tribunale d'appello di Lugano ha stabilito quanto segue:

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

La questione è già stata in parte trattata nel caso-049 e nel caso-056, senza che la soluzione proposta potesse essere considerata esaustiva e soddisfacente. Con la sentenza oggetto del presente caso, il Tribunale d'appello ha posto tre condizioni cumulative per pretendere che il coniuge più debole finanziariamente - di regola la moglie- possa essere costretto ad intraprendere un'attività lavorativa durante una procedura di misure a protezione dell'unione coniugale. Il Tribunale d'appello ha tuttavia precisato che "ove non ci si debba più attendere una ripresa della comunione domestica, lo scopo dell'indipendenza economica da parte del coniuge professionalmente inattivo – o attivo solo a tempo parziale – assume maggiore importanza (DTF 128 III 65, pag. 67 consid. 4a con riferimenti)."
Nell'ipotesi in cui ci si trovasse in presenza di una procedura cautelare in pendenza di una procedura di separazione coniugale o di divorzio, il Tribunale d'appello ha inoltre precisato che "occorre por mente al fatto che durante una causa di stato il ritorno dei coniugi al riparto dei compiti consensualmente stabilito ai fini della vita in comune non è più né auspicato né verosimile. Nel quadro di siffatte misure occorre annettere dunque particolare importanza, più che nel caso di provvedimenti a tutela dell'unione coniugale, all'autonomia economica che il coniuge professionalmente inattivo – o attivo solo a tempo parziale – è chiamato ad acquisire o a riacquisire (DTF 130 III 537, pag. 542 consid. 3.2 con rinvii)."


* Sentenza pubblicata sulla RTiD: I CCA 27.5.2005 N. 11.2003.60

Con sentenza del 2 agosto 2010 il Tribunale d'appello di Lugano ha indicato che in caso di separazione di fatto che perdura ormai da due anni non si giustifica ritenere ancora possibile una riconciliazione e di conseguenza le tre condizioni poste dalla giurisprudenza per la ripresa o l'estensione di un'attività lavorativa devono necessariamente essere relativizzate anche nell'ambito di una procedura di misure a protezione dell'unione coniugale (I CCA 11.2007.45 in RTiD I-2011, no. 12c).

Data creazione: 2 maggio 2006
Data modifica: 24 settembre 2011

Concubinato qualificato in presenza di figli comuni

Caso 140, 19 dicembre 2005 << caso precedente | caso successivo >>

Esiste concubinato qualificato se due persone di sesso differente non vivono sotto lo stesso tetto pur avendo due figli comuni?

In una sentenza del 22 luglio 2005*, il Tribunale federale di Losanna ha stabilito quanto segue:

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

La questione del concubinato qualificato è già stata trattata in divorzio.ch (caso 98, Nota 7 relativa all'articolo "La donna è mobile ..." di Emanuela Epiney-Colombo, giudice del Tribunale di appello del Cantone Ticino; cfr. ancora DTF 118 II 235, consid. 3b, pag. 238; DTF 124 III 52, consid 2a/aa, pag. 54). Nella sentenza oggetto del presente commento il Tribunale federale riprendere ancora una volta i principi giurisprudenziali sul concubinato qualificato, trattando un caso concreto in cui due persone, pur non vivendo sotto lo stesso tetto, hanno avuto dalla loro relazione due figli.

La fattispecie, riassuntivamente a livello di date, è la seguente:

  • 1989: matrimonio (da cui nascono tre figli);
  • 11.2001: separazione di fatto;
  • da 04.2003 a 06.2004 convivenza della moglie con un altro uomo (Z)
  • 09.2003 nascita di un figlio dalla relazione della moglie con Z;
  • 17.02.2004 istanza di misure a protezione dell'unione coniugale;
  • 17.08.2004 istanza di divorzio;
  • 18.10.2004: decisione cautelare del Presidente del Tribunale Cantonale di Glarona, in cui si fa ordine al marito di pagare alla moglie un contributo alimentare di CHF 1'420.00 mensili a partire dal 1° novembre 2004;
  • 18.03.2005: decisione del Tribunale dell'Obergericht di Glarona con cui viene accolto il ricorso del marito e soppresso il contributo di mantenimento a favore della moglie;
  • 04.2005 nascita del secondo figlio dalla relazione della moglie con Z.

La relazione sentimentale tra la moglie e Z è continuata anche dopo la cessazione della vita comune.

La moglie ricorre al Tribunale federale facendo valere la censura dell'arbitrio (art. 9 Cst.), siccome giudica che l'Obergericht di Glarona non poteva ritenere sussistere un concubinato qualificato, vivendo essa separata da Z. Il Tribunale federale ha accolto il ricorso, giudicando che non si può ritenere che la moglie abbia con Z una relazione che preveda un dovere di assistenza analogo ad un matrimonio per il solo fatto di aver avuto con lui due figli; secondo il Tribunale federale la sentenza cantonale, oltre all'accertamento dell'esistenza di due figli comuni, non ha infatti portato altri fattori che possano dimostrare l'esistenza di un concubinato qualificato.

La sentenza in questione mostra nuovamente come sia difficile dimostrare l'esistenza di un concubinato qualificato.


* Sentenza non pubblicata, ma reperibile sul sito internet del Tribunale federale: 5P.135/2005 /bnm

Data creazione: 19 dicembre 2005
Data modifica: 28 aprile 2009

Consumo della sostanza - reddito da capitale

Caso 125, 18 aprile 2005 << caso precedente | caso successivo >>

Nell'ambito del calcolo del contributo di mantenimento dopo la pronuncia del divorzio il coniuge creditore deve intaccare la propria sostanza? Per il calcolo degli alimenti quale è il reddito della sostanza computabile?

In una sentenza del 29 settembre 2004*, il Tribunale d'appello di Lugano ha stabilito quanto segue:

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

Nella sentenza in questione il Tribunale d'appello ha indicato che se prima del pensionamento un coniuge divorziato non è tenuto - di norma - a intaccare la sua sostanza per sovvenire a se stesso qualora l'altro coniuge sia in grado di versargli un contributo alimentare senza erodere la propria sostanza, dopo il pensionamento le cose cambiano, nel senso che il coniuge creditore può anche essere tenuto a consumare i propri averi.
Per quanto concerne i redditi da capitale la giurisprudenza del Tribunale d'appello è evoluta nel tempo, passando da un calcolo di una percentuale del 3,5% (sentenze del 1997 e 1998), al 3% (sentenze del 2001 e 2002), al 2% a partire dal 2004; il Tribunale d'appello ha precisato che il Consiglio federale ha infatti nel frattempo ulteriormente ridotto l'interesse minimo sugli averi di vecchiaia giusta l'art. 12 OPP dal 3,25% al 2,25%.


* Sentenza non pubblicata, ma reperibile sul sito internet del Tribunale d'appello: I CCA 11.2003.116.

Data creazione: 18 aprile 2005
Data modifica: 19 aprile 2009

Provvigione per le spese di causa - competenza Alimenti dopo il divorzio - metodo di calcolo in caso di matrimonio di lunga durata

Caso 117, 13 dicembre 2004 << caso precedente | caso successivo >>

Quale è l'autorità giudiziaria competente a cui dirigere una domanda di provisio ad litem per la procedura d'appello?
Quale è il metodo applicabile per calcolare il contributo di mantenimento dopo il divorzio in caso di matrimonio di lunga durata?

In una sentenza del 18 ottobre 2002*, il Tribunale d'appello di Lugano ha stabilito quanto segue:

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

Della sentenza in questione ritengo importante evidenziare due aspetti: la procedura da seguire per le domande di provisio ad litem e il principio sul metodo di calcolo da applicare dopo il divorzio in caso di matrimoni di lunga durata.

Per quanto riguarda la domanda di provisio ad litem, occorre ricordare che l'obbligo, per un coniuge, di fornire una provvigione di causa all'altro è una misura provvisionale nel senso dell'art. 137 cpv. 2 CC (ricordiamo al proposito il caso-099). La competenza decisionale è sempre del Pretore, anche quando è pendente una procedura d'appello sulla sentenza di merito. La procedura è quella dell'art. 376 cpv. 2 let. d CPC.
Sostanzialmente in appello i provvedimenti cautelari (adottati in questo caso dal Presidente della Camera o dal Giudice delegato - art. 377 cpv. 2 CPC) si possono chiedere solo con un'istanza proposta nell'ambito di un appello su domanda cautelare già decisa dal primo giudice, dalla quale appunto trae il suo fondamento processuale, o con un'istanza proposta in una causa portata direttamente in appello (I CCA 21.09.1989 in re C. c. C.; Cocchi/Trezzini, CPC annotato, N. 2 ad art. 377 CPC).
Da ciò ne deriva che una domanda di provisio ad litem va inoltrata davanti al Pretore.

Relativamente al metodo applicabile per il calcolo degli alimenti dopo il divorzio va detto che in un matrimonio di lunga durata il coniuge ha diritto di vedersi riconoscere l'equivalente del tenore di vita avuto durante l'economia domestica.
Innanzi tutto va chiarito il concetto di "lunga durata del matrimonio": per matrimonio si deve intendere la vita comune, ossia sotto lo stesso tetto, e non la durata effettiva del legame matrimoniale; inoltre il numero di anni per considerare un matrimonio di lunga durata è di ca. 10 anni; per contro un matrimonio durato solo 5 anni dev'essere considerato di corta durata (I CCA sentenza del 12.12.2001, inc. 11.2000.149).
Sul metodo di calcolo del contributo di mantenimento post divorzio in caso di matrimoni di lunga durata, il Tribunale d'appello ha indicato che occorre riferirsi al tenore di vita goduto dai coniugi durante la comunione domestica; di conseguenza se il coniuge creditore del contributo di mantenimento riesce a sopperire con le proprie entrate al proprio fabbisogno minimo, ma il medesimo è inferiore al tenore di vita goduto durante il matrimonio, di regola egli può pretendere il versamento di un contributo di mantenimento anche una volta pronunciato il divorzio. Occorre considerare che la prova del livello di vita goduto dai coniugi durante il matrimonio incombe a chi vuole prevalersene, per cui al coniuge creditore. Più tempo è trascorso dalla separazione di fatto e meno l'onere della prova può essere rigoroso. Per poter operare un corretto calcolo occorre dunque verificare redditi e il fabbisogno della famiglia al momento della separazione di fatto e in seguito determinare redditi (se del caso potenziali) e fabbisogni al momento della decisione finale. Da notare ancora che in ogni caso i contributi di mantenimento dopo il divorzio vanno stabiliti giusta l'art. 125 CC e non secondo l'art. 163 CC, per cui concretamente non vi sarà nessuna "eccedenza" da ripartire (ossia facendo il cosiddetto "calcolo delle eccedenze" alla data del divorzio), siccome l'ammontare del "debito mantenimento" dipende esclusivamente dal tenore di vita avuto dai coniugi durante la comunione domestica e non deve eccedere tale livello; occorrerà per contro tenere in considerazione la disponibilità della famiglia al momento della separazione di fatto (redditi dedotto il fabbisogno familiare) ed adeguarla al momento della decisione sugli alimenti post divorzio, tenuto conto evidentemente anche della situazione economica del coniuge debitore.
Per un calcolo dettagliato, essendo improponibile esporlo con una semplice tabella nel presente commento, si rimanda alla lettura della sentenza del Tribunale d'appello.

* Sentenza non pubblicata, ma reperibile sul sito internet del Tribunale d'appello: I CCA 11.2001.130/136.

Data creazione: 13 dicembre 2004
Data modifica: 15 luglio 2009

Debito mantenimento - lunga separazione - obbligo di iniziare o estendere un'attività lavorativa - unità della sentenza di divorzio

Caso 116, 29 novembre 2004 << caso precedente | caso successivo >>

Quale è il debito mantenimento da considerare se i coniugi hanno vissuto per molti anni separati di fatto? Quali sono i presupposti per obbligare un coniuge ad iniziare o estendere un'attività lavorativa durante la vita separata? Si può calcolare il contributo di mantenimento dopo il divorzio se non è stato liquidato il regime matrimoniale?

In una sentenza del 17 giugno 2004*, il Tribunale federale di Losanna ha stabilito quanto segue:

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

Il Tribunale federale ha indicato che in caso di separazione di lunga durata (nel caso concreto 10 anni) per il calcolo del contributo di mantenimento non si può prendere in considerazione il tenore di vita goduto all'epoca della loro vita comune (cfr. anche DTF 129 III 7, consid. 3.1.1., pag. 9; STF 5C.230/2003 del 17.02.2004, consid.4.2. con riferimenti).

L'obbligo per un coniuge di iniziare o estendere un'attività lavorativa durante la vita separata in materia di misure protettrici dell'unione coniugale sottostà alle seguenti condizioni cumulative: se non vi è la possibilità di poter intaccare risparmi o sostanza accumulati durante la vita comune; se i mezzi finanziari disponibili, compreso la sostanza, non sono sufficienti vista l'esistenza di due economie domestiche separate; se la situazione personale del coniuge creditore (età, salute, formazione professionale, ecc.) o del mercato del lavoro gli permettono di riprendere o estendere la sua attività lavorativa.
In caso di divorzio occorre inoltre considerare che la ripartizione dei ruoli avuta dai coniugi durante il matrimonio non è più né auspicabile, né verosimile, per cui riveste un'importanza maggiore, per paragone alle misure protettrici dell'unione coniugale, il concetto di indipendenza economica che il coniuge creditore deve poter acquistare (DTF 128 III 65, consid. 4a, pag. 67 e STF 5P.189/2002 del 17.07.2002, riassunto e nota dr. Daniel Steck in FamPra.ch 4/2002, N. 121, pag. 836).

Secondo la sistematica della legge il giudice del divorzio deve dapprima procedere alla liquidazione del regime matrimoniale (art. 120 cpv. 1 CC), poi decidere sulle pretese relative alla previdenza professionale (art. 122, 123 e 124 CC) e infine pronunciarsi sulle questioni relative al contributo di mantenimento dopo il divorzio (art. 125 CC). Dunque se un coniuge può pretendere un contributo di mantenimento dopo il divorzio, il giudice non può rimandare ad un processo separato il giudizio nell'ambito della liquidazione del regime matrimoniale.



* Sentenza pubblicata in DTF 130 III 537; traduzione e riassunto in SJ I/2004, pag. 531.

Data creazione: 29 novembre 2004
Data modifica: 29 aprile 2009

Dovere di assistenza del patrigno - principi e calcolo

Caso 113, 4 ottobre 2004 << caso precedente | caso successivo >>

In quale misura il patrigno deve partecipare al mantenimento di un figlio nato da una relazione della moglie con un altro uomo?

In due sentenze, rispettivamente del 3 maggio 2004 e del 30 agosto 2004* il Tribunale d'appello di Lugano ha stabilito quanto segue:

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

In base alle due sentenze sopra menzionate occorre estrapolare qualche principio che secondo il Tribunale d'appello vale nell'ambito di figli non comuni.
Secondo il Tribunale d'appello i coniugi si devono vicendevole adeguata assistenza nell'adempimento dell'obbligo verso i figli nati prima del matrimonio (art. 278 cpv. 2 CC). Tale norma concreta il dovere generale di assistenza sgorgante dall'art. 159 cpv. 3 CC e sussiste nella misura in cui, a causa del matrimonio, il genitore biologico non possa dedicarsi al mantenimento del figlio come potrebbe fare, invece, se non fosse sposato (cfr. anche DTF 127 III 68).
Qualora il figlio non viva nell'economia domestica del patrigno, ossia viva con la sola madre, la quale si occupa delle faccende domestiche, il patrigno adempie il suo dovere di assistenza verso la moglie esonerandola, nella misura del necessario, dalla cura dell'economica domestica in modo che possa lavorare e procurarsi i mezzi per mantenere il figlio nato prima del matrimonio, oppure versando alla moglie il guadagno che essa ricaverebbe se fosse sgravata delle mansioni domestiche.
Nel caso in cui il figlio sia della moglie, viva nella comunione domestica dei coniugi e la madre accudisca alle faccende di casa, il patrigno adempie il suo dovere di assistenza verso la moglie garantendo al ragazzo il fabbisogno che la madre non può assicurargli per il fatto di dedicarsi all'economia domestica.
In caso di sospensione della comunione domestica la moglie dovrebbe provvedere essa medesima - in tutto o in parte - al mantenimento del figlio, non dovendo tra l'altro più dedicarsi al governo della casa per quanto riguarda il patrigno; eventualmente occorre darle un congruo termine per reinserirsi nel mondo del lavoro.
Quanto manca nel debito mantenimento del figlio rientra nel fabbisogno della madre e non è escluso che, dovendo sopperire al fabbisogno del figlio, essa non riesca a mantenere se stessa. In tali circostanze è pure applicabile l'art. 278 cpv. 2 CC, ma il fatto che la madre debba prestare cura ed educazione al ragazzo non può essere opposto al patrigno come impedimento al lavoro, poiché la presenza del figlio non comune non è una conseguenza del matrimonio.
Ricordiamo come la regola secondo cui una donna con figli può essere tenuta a cominciare - o a ricuperare - un'attività lucrativa a tempo parziale solo al momento in cui il figlio minorenne a lei affidato avrà raggiunto i 10 anni di età, mentre un attività a tempo pieno potrà esserle imposta solo quando tale figlio avrà compiuto i 16 anni, vale solo per i discendenti comuni (cfr. caso-055).
In ogni caso la madre deve riscuotere dal padre biologico adeguati contributi di mantenimento (art. 276 cpv. 2 e 285 cpv. 1 CC), deve far si che il figlio riceva gli eventuali assegni familiari, oltre alle "rendite d'assicurazioni sociale e analoghe prestazioni" (art. 285 cpv. 2 CC), e deve attingere ai possibili redditi della sostanza del figlio (art. 319 cpv. 1 CC), come pure incassare versamenti a tacitazione, risarcimenti e analoghe prestazioni (art. 320 cpv. 1 CC). Il patrigno deve, in sostanza, finanziare quanto manca per coprire il fabbisogno minimo del ragazzo, sopportando il rischio relativo al mancato incasso dei contributi alimentari dal padre biologico (DTF 120 II 288).
Per verificare se la madre non è in grado di mantenere se stessa occorre inserire nel suo fabbisogno minimo tutto il fabbisogno del figlio (ossia quello totale previsto dalle Tabelle di Zurigo, compreso la posta relativa alla cura ed educazione, dedotto l'assegno familiare di base se già percepito dalla madre).

Il calcolo è dunque il seguente (basato su dati ipotetici):

Reddito del patrigno: fr. 5'000.--
Reddito della madre: fr. 2'900.--
Totale dei redditi: fr. 7'900.--
Fabbisogno minimo del padre: fr. 2'500.--
Fabbisogno minimo della madre: fr. 2'000.--
Fabbisogno minimo del figlio
(bambino di 10 anni):
fr. 1'820.-- ,
dedotti fr. 183.-- di assegno familiare di base già percepito dalla madre
Fabbisogno totale madre e figlio: fr. 3'637.--
Totale dei fabbisogni: fr. 6'137.--
Eccedenza: fr. 1'763.--
Metà eccedenza: fr. 881.50
Contributo del marito nei confronti della moglie, compreso la partecipazione ex art. 278 CC:
fr. 1'618.50 (fr. 3'637.-- + fr. 881.50 ./. fr. 2'900.--)

Da notare che in questo esempio abbiamo fatto astrazione di eventuali contributi del padre biologico, eventuali rendite d'assicurazioni sociale e analoghe prestazioni e redditi della sostanza del figlio, come pure versamenti a tacitazione, risarcimenti e analoghe prestazioni, tutti importi che se esistessero avrebbero dovuto essere considerati a deduzione del fabbisogno minimo del figlio.

* Sentenze non pubblicate.

 

Data pubblicazione: 4 ottobre 2004
Data ultima modifica: 4 ottobre 2004

Data creazione: 4 ottobre 2004
Data modifica: 20 luglio 2009

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