Alimenti per il coniuge

Redditi elevati - calcolo delle eccedenze - sintesi della giurisprudenza

Caso 108, 19 luglio 2004 << caso precedente | caso successivo >>

Il solo fatto che il reddito della famiglia è elevato esclude l'applicabilità del calcolo delle eccedenze?

In una sentenza dell'11 maggio 2004* il Tribunale federale di Losanna ha stabilito quanto segue:

Solo qualora una parte del reddito venga risparmiata non vi è un'applicazione automatica della regola secondo cui l'eccedenza è divisa a metà fra i coniugi.

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

La sentenza in questione, resa nell'ambito di una procedura di protezione dell'unione coniugale, che si riferisce ad un caso ticinese, chiarisce e ribadisce alcuni concetti, che qui di seguito riprendo brevemente:

  • Le decisioni emanate dall'ultima istanza cantonale in materia di misure a protezione dell'unione coniugale possono essere impugnate con un ricorso di diritto pubblico fondato sulla pretesa violazione dell'art. 9 Cost. (DTF 127 III 474 consid. 2a, con rinvii);
  • L'autorità cantonale cade nell'arbitrio quando emana una decisione manifestamente insostenibile, destituita di fondamento serio e oggettivo o in urto palese con il senso di giustizia ed equità. Tuttavia, l'arbitrio non si realizza già per il semplice fatto che le conclusioni del giudice di merito non corrispondono a quelle del ricorrente o ad altre, altrettanto sostenibili o addirittura migliori. Nella procedura del ricorso di diritto pubblico il Tribunale federale annulla la decisione cantonale quando essa risulti insostenibile non solo nella motivazione, bensì anche nel risultato (DTF 129 I 8 consid. 2.1 con rinvii);
  • In virtù dell'art. 176 cpv. 1 n. 1 CC il giudice delle misure di protezione dell'unione coniugale stabilisce i contributi pecuniari dovuti da un coniuge all'altro, fissandoli in applicazione dell'art. 163 cpv. 1 CC;
  • Il legislatore non ha prescritto alcun metodo per calcolare tali contributi pecuniari. Fra i metodi utilizzati e ritenuti conformi al diritto federale vi è segnatamente quello consistente nello stabilire i fabbisogni dei coniugi, di soddisfarli con il reddito complessivo della coppia e di ripartire a metà l'eccedenza (il cosiddetto "calcolo delle eccedenze"). Tale metodo è unicamente una possibilità e non un modello obbligatorio (sentenza 5P.352/2003 consid. 2.1);
  • La giurisprudenza ne ha già escluso, al fine di evitare una ridistribuzione del patrimonio rispettivamente una liquidazione anticipata del regime matrimoniale, l'applicazione nel caso in cui sia dimostrato che i coniugi non destinavano - durante la vita in comune - la totalità dei redditi al mantenimento della famiglia (DTF 119 II 314 consid. 4b);
  • Salvo casi eccezionali, il limite superiore del diritto al mantenimento è, in linea di principio, costituito dal tenore di vita concordato e vissuto dai coniugi fino alla cessazione della vita comune (DTF 118 II 376 consid. 20b; sentenza 5P.231/2000 consid. 3a, pure riprodotto in: FamPra.ch 2001 pag. 764; cfr. anche DTF 128 III 65 consid. 4a).

Nel caso concreto il Tribunale federale si è soffermato in particolare sull'applicabilità del calcolo adottato dal Tribunale d'appello ossia, conformemente alla costante giurisprudenza cantonale, il calcolo delle eccedenze, considerato come il reddito della famiglia (marito e moglie, dato che i figli sono ormai maggiorenni) fosse di fr. 24'000.--mensili circa (reddito del marito, la moglie non lavorando). Pur ammettendo che si tratta di un alto reddito, il Tribunale d'appello ha considerato comunque applicabile il calcolo delle eccedenze, in particolare siccome i coniugi, salvo una minima parte, non hanno accumulato risparmi durante il matrimonio, per cui di riflesso si presume che l'intero reddito fosse consacrato alla famiglia: da qui l'applicabilità del calcolo delle eccedenze anche in presenza di redditi alti.
Il Tribunale federale ha confermato questa giurisprudenza, nell'ambito del proprio potere di annullare la sentenza limitatamente al caso di arbitrio, precisando che solo qualora una parte del reddito venga risparmiata non vi può essere un'applicazione automatica della regola secondo cui l'eccedenza è divisa a metà fra i coniugi; non avendo dimostrato il marito tale fatto, il calcolo delle eccedenze si è dimostrato applicabile anche nel caso concreto, in presenza di un alto reddito, proprio perché senza risparmi considerevoli si presume che tutto il reddito sia stato speso dai coniugi.
D'altra parte il marito non è stato in grado di dimostrare, come da lui affermato, la tesi secondo cui consacrava alla moglie (e ai figli) una percentuale inferiore del proprio reddito, non avendo egli fornito informazioni sulle spese familiari sostenute, così che anche tale sua argomentazione, di per sé sostenibile, non ha potuto essere seguita dai Giudici.



* Sentenza non pubblicata, ma reperibile sul sito internet del Tribunale federale: 5P.439/2003.

Data creazione: 19 luglio 2004
Data modifica: 29 aprile 2009

Alimenti dopo il divorzio - età del coniuge creditore

Caso 105, 1 giugno 2004 << caso precedente | caso successivo >>

Esiste un'età a partire dalla quale il coniuge creditore degli alimenti (di regola la moglie) non può più essere obbligato ad andare a lavorare o estendere la propria attività lavorativa?

In una sentenza del 20 gennaio 2004* il Tribunale federale di Losanna ha stabilito quanto segue:

Una donna, di 46 anni, che si è consacrata a compiti di cura e conduzione dell'economia domestica durante il matrimonio, che non ha nessuna formazione professionale e che parla molto male la lingua del Cantone in cui abita dipende per il proprio mantenimento dal suo ex marito.

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

con l'entrata in vigore del nuovo diritto del divorzio al 1° gennaio 2000, la giurisprudenza del Tribunale federale doveva necessariamente adeguarsi. Con il nuovo diritto, per quanto concerne il contributo di mantenimento all'ex coniuge, è stato introdotto il concetto del "clean break": si è trattata di una delle novità principali (su questo concetto cfr. caso 104).
Per quanto riguarda la giurisprudenza relativa alla possibilità per il coniuge creditore di alimenti di restare a casa a prendersi cura della prole fino all'età di 10 anni, rispettivamente 16 anni dei figli, senza dover intraprendere un'attività lavorativa o estenderla, il Tribunale federale ha avuto modo di ribadire tale principio (a determinate condizioni) già espresso nella sentenza pubblicata in DTF 115 II 6 (pag. 10 in particolare), confermandolo sotto l'egida del nuovo diritto: cfr. FAMPRA 1/2002, pag. 145 (5C.48/2001); v. anche sentenza TF 5A_478/2010 del 20 dicembre 2010, consid. 4.2.2.2 e riferimenti.
Relativamente all'età massima dell'avente diritto agli alimenti per imporgli di esercitare un'attività lavorativa o estenderla, il Tribunale federale nella sentenza pubblicata in DTF 127 III 136 (pag. 140 in particolare) sembrava voler relativizzare l'età di 45 anni indicata quando era in vigore il vecchio diritto (cfr. DTF 115 II 6, pag. 13 in particolare), alzando il limite a 50 anni. Ciò è stato poi confermato dalla sentenza TF 5A_478/2010 del 20 dicembre 2010, consid. 4.2.2.2 e riferimenti.
Orbene nella sentenza oggetto del presente caso il Tribunale federale aveva ribadito l'applicazione del limite dei 45 anni, limite che vista la successiva giurisprudenza va relativizzato. Val la pena di ricordare, come precisa Emanuela Epiney-Colombo, giudice al Tribunale di appello del Cantone Ticino in divorzio.ch, Nota a sentenza apparsa in FamPra.ch 4/2003 pag. 900 DTF 129 III 481 che "si tratta tuttavia di una presunzione di fatto e l'istruttoria può quindi rivelarsi decisiva, l'altra parte potendo portare la controprova (cfr. Hohl, Procédure civile, tome I, Berne 2001, N. 962 p. 185)": ciò significa che il coniuge debitore dell'alimento può portare la prova che, nonostante l'età, esistono le premesse affinché il coniuge creditore debba essere costretto a lavorare o estendere l'attività lavorativa.
Il tutto dipenderà dalle circostanze concrete. V. in proposito anche sentenza TF 5A_181/2014 del 3 giugno 2014, laddove si riparla di 45 anni e non di 50 anni.

 

Data creazione: 1 giugno 2004
Data modifica: 14 settembre 2014

Contributo di mantenimento durante la procedura di divorzio - calcolo delle eccedenze

Caso 104, 17 maggio 2004 << caso precedente | caso successivo >>

E' sempre giustificato applicare il calcolo delle eccedenze durante la procedura di divorzio?

In una sentenza del 28 novembre 2003* il Tribunale federale di Losanna ha stabilito quanto segue:

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

il presente commento fa seguito a quanto indicato nel caso 082, dove avevo espresso le mie perplessità sull'applicabilità del calcolo delle eccedenze relativamente agli alimenti pendente una causa di divorzio.
La sentenza qui in oggetto chiarisce che durante la procedura di divorzio non si applicano solo i concetti di cui all'art. 125 cpv. 2 CC, bensì anche il principio del "clean break": lo dice il Tribunale federale stesso allorquando afferma: "Cela signifie d'une part que, outre les critères posés précédemment par la jurisprudence, le juge retiendra les éléments indiqués de façon non exhaustive par l'art. 125 al. 2 CC et, d'autre part, qu'il y a lieu d'apprécier la situation à la lumière du principe dit du "clean break", en encourageant autant que possible l'indépendance économique des conjoints." (consid. 2.1).
Orbene, se da un lato questa sentenza chiarisce che i Tribunali cantonali possono anche non applicare il calcolo delle eccedenze, naturalmente motivando la propria scelta, dall'altro potranno anche continuare ad applicarlo, dato che la scelta di utilizzare o meno questo metodo di calcolo non è di per sé arbitraria; indica ancora il Tribunale federale: "La méthode du minimum vital n'est qu'une des manières de calculer la contribution d'entretien, et non un modèle obligatoire. Une décision qui ne l'applique pas n'est donc pas, de ce seul fait, arbitraire." (consid. 2.1).
La conseguenza di ciò è che dipenderà dai singoli Tribunali cantonali la continuazione o meno della prassi da tempo consolidata secondo cui durante la procedura di divorzio si applica il calcolo delle eccedenze (salvo rare eccezioni), dato che i decreti cautelari sono impugnabili al Tribunale federale solo a condizioni rigide, di regola invocando la violazione dell'arbitrio nell'ambito di un ricorso di diritto pubblico.



* Sentenza pubblicata in FAMRA 2/2004, pag. 401; sul sito internet del Tribunale federale: 5P.352/2003

Data creazione: 17 maggio 2004
Data modifica: 5 ottobre 2009

Alimenti dopo il divorzio - computo della sostanza

Caso 85, 21 luglio 2003 << caso precedente | caso successivo >>

In quale misura deve essere presa in considerazione la sostanza nella determinazione del contributo di mantenimento dopo il divorzio?

In una sentenza del 6 settembre 2002 il Tribunale federale di Losanna ha stabilito quanto segue:

Se la sostanza è stata accumulata durante il matrimonio con uno scopo di previdenza è giustificato utilizzarla per garantire il mantenimento dei coniugi dopo il loro pensionamento.

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

Nel caso 084 ho segnalato anche la sentenza qui trattata, laddove appunto il Tribunale federale ha obbligato il marito a versare alla moglie una rendita vita natural durante per colmare la di lei lacuna pensionistica, obbligandolo tra l'altro ad intaccare la propria sostanza.
La sentenza in questione merita qualche approfondimento.

Prima di tutto il Tribunale federale ribadisce chiaramente i seguenti due principi:

  • quello del "clean break", secondo cui con il divorzio ciascun coniuge deve, nel limite del possibile, automantenersi, ossia acquistare la propria indipendenza economica e sovvenire autonomamente ai propri bisogni;
  • quello della solidarietà, che indica che dopo il divorzio entrambi i coniugi devono sopportare le conseguenze della ripartizione dei compiti concordata durante il matrimonio (art. 163 cpv. 2 CC).

Il Tribunale federale precisa dunque che la rendita è concepita in base alle necessità del coniuge creditore ed è basata sul concetto di debito mantenimento ("entretien convenable"). Sui criteri applicabili al principio, all'ammontare della rendita e alla sua durata rimanda all'art. 125 cpv. 2 CC e alla sentenza DTF 127 III 136, consid. 2a, pag. 138/139 e le relative numerose citazioni (v. anche caso 039).
Per calcolare il debito mantenimento ci si deve riferire al tenore di vita goduto dai coniugi durante il matrimonio (art. 125 cpv. 1 cifra 3 CC); se questo tenore di vita non può essere mantenuto a seguito dei maggiori costi di due economie domestiche separate, il coniuge creditore dell'alimento può allora pretendere di mantenere il medesimo tenore di vita goduto dall'altro coniuge.
Il tenore di vita determinante è quello dei coniugi al momento della separazione di fatto, a meno che il divorzio sia pronunciato dopo una lunga separazione: in questo caso si deve di regola considerare la loro situazione economica durante questa separazione.
L'ammontare del contributo di mantenimento dipende anche dalla sostanza di ciascun coniuge e in determinati casi si può pretendere che venga consumata per il mantenimento. In particolare se è stata risparmiata con lo scopo di previdenza per la vecchiaia, si deve ritenere giustificato utilizzarla a questo scopo.
Nel caso concreto al momento del divorzio, senza considerare la possibilità di consumo della sostanza, il coniuge creditore avrebbe una riduzione del proprio tenore di vita del 40%, ciò che risulta essere incompatibile con i criteri dell'art.125 cpv. 2 CC; il coniuge debitore degli alimenti è medico indipendente e non ha costituito alcun secondo pilastro, per cui i risparmi accumulati durante il matrimonio vanno considerati quali beni con lo scopo di previdenza; orbene, se il regime dei beni fosse quello ordinario della partecipazione agli acquisti, ognuno dei coniugi riceverebbe una somma analoga a titolo di liquidazione del regime matrimoniale (per cui la parità di trattamento sarebbe garantita), mentre se il regime matrimoniale fosse, come nel caso concreto è, in particolare quello della separazione dei beni allora solo uno dei due coniugi conserverebbe tutto o buona parte dei beni risparmiati a scopo previdenziale, per cui nei confronti del coniuge debitore (che ha conservato tali beni) si può esigere che intacchi la sua sostanza per contribuire al debito mantenimento dell'altro coniuge, ossia per garantire a quest'ultimo il mantenimento del tenore di vita goduto durante il matrimonio o durante il lungo periodo di separazione precedente il divorzio.

Sentenza pubblicata in DTF 129 III 7

Data creazione: 21 luglio 2003
Data modifica: 30 aprile 2009

Liquidazione a scopo di previdenza dopo il divorzio - secondo pilastro e separazione dei beni

Caso 84, 30 giugno 2003 << caso precedente | caso successivo >>

Se il marito a seguito della sua attività lavorativa quale indipendente non si è costituito un secondo pilastro e tra i coniugi vige il regime della separazione dei beni, si può pretendere che al momento del divorzio egli versi comunque un contributo o un capitale alla moglie per la di lei previdenza professionale?

In una sentenza del 1° aprile 2003 il Tribunale federale di Losanna ha stabilito quanto segue:

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

Nella fattispecie trattata, siamo in presenza di un marito che a seguito della sua attività lavorativa da libero professionista ha accumulato un ridotto importo di secondo pilastro (per lui non obbligatorio, siccome indipendente) ed ha accumulato i suoi averi per la futura pensione mediante risparmi dell'attività lavorativa.
In queste circostanze, applicando strettamente l'art. 122 CC, quale capitale previdenziale in caso di divorzio alla moglie spetterebbe solo la metà dell'esiguo secondo pilastro del marito. Nel caso concreto per di più tra i coniugi vige il regime della separazione dei beni, per cui tutti i capitali accumulati dal marito, compresi quelli che aveva risparmiato per quando avrebbe cessato l'attività lavorativa, non sarebbero da dividere, ma sempre in caso di divorzio sarebbero integralmente di proprietà del marito.
Tuttavia la legge prevede dei correttivi all'applicazione dell'art. 122 CC, correttivi che troviamo agli art. 123 CC e 124 CC. Ma questi articoli si applicano esclusivamente alle pretese di II° pilastro, mentre non regolano né il I° pilastro, né il III° pilastro. La divisione del I° pilastro è infatti trattata dall'AVS/AI direttamente, mentre il III° pilastro (libero o vincolato poco importa) fa parte delle pretese di liquidazione del regime matrimoniale.
Se, come dice il Tribunale federale, il coniuge debitore non ha alcun secondo pilastro (o è ridotto) e vige la separazione dei beni, il coniuge creditore rischia fortemente di trovarsi dinanzi ad una lacuna previdenziale.
In questi casi al coniuge creditore viene in soccorso l'art. 125 CC; se la lacuna previdenziale ha la propria origine nella ripartizione dei ruoli avuta dai coniugi durante il matrimonio (segnatamente la moglie casalinga e il marito che esercita un'attività lavorativa) la ricostituzione di una previdenza vecchiaia adeguata a favore del coniuge creditore dev'essere considerata una componente del debito mantenimento e può dunque dar luogo ad un contributo fondato sull'art. 125 CC, a meno che non ci si possa attendere che il coniuge creditore dopo il divorzio sia in grado di ricostituirsi autonomamente tale previdenza.
Nel caso concreto il Tribunale federale ha ammesso la possibilità di obbligare il marito a pagare alla moglie (ancorché giovane e abile al lavoro) un captale secondo l'art. 126 cpv. 2 CC che possa permettere alla medesima di costituirsi subito dopo il divorzio una previdenza indipendente dal marito.

Colgo l'occasione per segnalare anche la sentenza pubblicata in DTF 129 III 7, laddove il Tribunale federale ha obbligato il marito a versare alla moglie una rendita vita natural durante per colmare la di lei lacuna pensionistica, obbligandolo tra l'altro ad intaccare la propria sostanza.

* Sentenza pubblicata in FAMPRA 3/2003, pag. 685; sentenza DTF 129 III 257, che si trova pure in SJ 24/I 2003, pag. 353.

Data creazione: 30 giugno 2003
Data modifica: 30 aprile 2009

Contributo di mantenimento - calcolo delle eccedenze?

Caso 82, 2 giugno 2003 << caso precedente | caso successivo >>

Nel caso in cui il matrimonio sia destinato al fallimento, è giustificato applicare il calcolo delle eccedenze durante la procedura di divorzio o nell'ambito di misure di protezione dell'unione coniugale?

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

E' pacifico che se nell'ambito di una procedura di protezione dell'unione coniugale non è più possibile salvare il matrimonio e in ogni caso la separazione di fatto si ipotizza essere di lunga durata, al coniuge più debole finanziariamente - di regola la moglie - può essere imposto di estendere (o intraprendere) un'attività lavorativa, anche se durante la vita comune la ripartizione dei ruoli voluta dai coniugi era differente (cfr. a tal proposito caso-49 e citazioni). Tale principio è ribadito nella sentenza del Tribunale federale oggetto del presente commento. Tuttavia in questa sentenza si indica che in tali circostanze entrambi i coniugi dovrebbero poter sopperire autonomamente al proprio mantenimento e ciò già a partire dall'eventuale inoltro di una preliminare procedura di protezione dell'unione coniugale. Tale affermazione la ritroviamo anche nella sentenza pubblicata in DTF 128 III 65.
Nella sentenza di cui al caso-63 il Tribunale d'appello del Cantone Ticino ha però indicato che il criterio per la definizione dei contributi di mantenimento si fonda sul riparto dell'eccedenza - di regola a metà - una volta dedotto dal reddito familiare il fabbisogno dei coniugi e dei figli (il cosiddetto "calcolo delle eccedenze"), ritenuto che il limite superiore del contributo al mantenimento è costituito dal tenore di vita avuto dai coniugi alla cessazione dell'economia domestica.
Orbene, da questo principio ritenuto dal Tribunale d'appello ticinese, anche in base alle considerazioni del Tribunale federale (sebbene ancora sommarie e basate piuttosto sull'obbligo per la moglie di lavorare), ritengo che il cosiddetto calcolo delle eccedenze, oltre a non poter essere applicato di regola all'alimento post-divorzile, debba pure ritenersi inapplicabile alle procedure cautelari di divorzio e alle procedure di protezione dell'unione coniugale allorquando il matrimonio non può più essere salvato.
Ritenere il calcolo delle eccedenze applicabile fintanto che dura il matrimonio può tra l'altro portare ad abusi (ad es. laddove segnatamente la moglie si oppone al divorzio vista la buona situazione finanziaria del marito).

Sentenza pubblicata in FAMPRA 2/2003, pag. 390; sentenza non pubblicata nella Raccolta Ufficiale, ma pubblicata sul sito internet del Tribunale federale: 5C.235, 5C.236/2001 /min.

Data creazione: 2 giugno 2003
Data modifica: 30 aprile 2009

Alimenti dopo il divorzio - mantenimento conveniente - metodi di calcol

Caso 75, 3 febbraio 2003 << caso precedente | caso successivo >>

Quali sono i criteri per il calcolo del contributo di mantenimento dopo il divorzio?

In una sentenza dell'11 luglio 2002 il Tribunale federale di Losanna ha stabilito quanto segue:

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

Il diritto del divorzio in vigore dal 1. gennaio 2000 prevede che nella misura del possibile, ciascun coniuge deve sovvenire lui stesso al proprio mantenimento una volta pronunciato il divorzio, a meno che il matrimonio abbia compromesso la capacità lavorativa del coniuge che richiede l'alimento; in quest'ultima ipotesi la giurisprudenza prevede la necessità di versare un contributo alimentare fintanto che il coniuge creditore non possa ritrovare la propria autonomia finanziaria.
Il limite superiore di tale contributo alimentare sta nel tenore di vita goduto durante il matrimonio, ma il coniuge debitore dovrà farvi fronte in tale misura solo se le sue risorse finanziarie dopo il divorzio glielo permetteranno ancora.
Uno dei metodi che i Giudici possono adottare per calcolare il contributo di mantenimento è il cosiddetto calcolo delle eccedenze: si parte dai redditi - se del caso potenziali - di ciascun coniuge, si deduce il minimo esistenziale e le poste di fabbisogno indispensabili e si ripartisce per metà l'eccedenza che ne dovesse risultare; tale calcolo va naturalmente adeguato in presenza di figli minorenni da mantenere.
Il Tribunale federale considera dunque lecito tale calcolo - applicato fintanto che dura il matrimonio (art. 163 CC) - anche per valutare il contributo alimentare dopo il divorzio. Si tratta tuttavia di uno dei metodi di calcolo, ma non dell'unico, tanto è vero che tale calcolo risulta a mio giudizio iniquo nei casi di matrimoni di breve e media durata; è pure iniquo se le risorse finanziarie dei coniugi sono particolarmente favorevoli o ancora se al contrario sono precarie o deficitarie. In queste ipotesi, per il calcolo del contributo di mantenimento, si deve piuttosto partire dalle necessità del coniuge creditore, tenendo sempre in considerazione il principio della salvaguardia del minimo esistenziale del coniuge debitore.
Sulla possibilità di estendere il fabbisogno minimo del 20%, il Tribunale federale riporta le controversie dottrinali e giudica che in ogni caso, se si volesse considerare tale maggiorazione, la medesima non andrebbe applicata al minimo esistenziale maggiorato delle imposte, ciò che avvantaggerebbe il coniuge debitore, che di regola paga più imposte dell'altro.

Sentenza pubblicata in FAMPRA 4/2002, pag. 827; sentenza non pubblicata nella Raccolta Ufficiale, ma pubblicata sul sito internet del Tribunale federale: 5C.100/2002.

Data creazione: 3 febbraio 2003
Data modifica: 30 aprile 2009

Alimenti - computo del reddito del lavoro straordinario, della tredicesima e dei contributi del convivente

Caso 73, 2 gennaio 2003 << caso precedente | caso successivo >>

Le ore supplementari devono essere conteggiate nel calcolo del reddito? La tredicesima mensilità va considerata anche se versata alla fine dell'anno e in quale modo? Se il coniuge creditore degli alimenti convive, come si considera il suo fabbisogno minimo e eventuali contributi del convivente?

In una sentenza del 6 giugno 2002 il Tribunale federale di Losanna ha stabilito quanto segue:

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

La sentenza del Tribunale federale pone l'accento su tre principi.
Innanzi tutto viene confermato quello secondo cui anche il reddito derivante dal lavoro straordinario può essere conteggiato, a determinate condizioni, nel reddito globale. Per le relative condizioni rimando alla dottrina e alla giurisprudenza citata nella sentenza stessa (consid. 2.1).
Secondariamente, relativamente alla tredicesima mensilità, il Tribunale federale, oltre a ribadire che se la medesima è versata deve essere conteggiata nel reddito, indica che va calcolata su tutto l'arco dell'anno, aggiungendola in quota parte al reddito mensile, anche se è versata p. es. solo alla fine dell'anno; ciò può provocare, in caso di redditi bassi, un ammanco al coniuge debitore del contributo alimentare, siccome di fatto quest'ultimo potrà disporre della tredicesima solo a fine anno; va precisato che non tutta la dottrina è unanime nel considerare tale modo di procedere (vedasi a questo proposito la citazione del Tribunale federale nella sentenza in esame).
In terzo luogo il Tribunale federale precisa come si debba considerare a livello di mantenimento la convivenza duratura del coniuge creditore degli alimenti nell'ambito di una procedura di protezione dell'unione coniugale. Se da un lato il fabbisogno minimo del coniuge creditore degli alimenti va ridimensionato a seguito di questa convivenza (principalmente il minimo esecutivo delle Tabelle CEF cantonali - v. anche caso 58 - e il canone di locazione: cfr. sentenza del TF 7B.1/2002, consid. 3 del 20 febbraio 2002, pubblicata in DTF 128 III 159), dall'altro eventuali contributi (in denaro o monetizzabili) del convivente a favore del coniuge creditore degli alimenti non vanno conteggiati, come neppure eventuali indennizzi per prestazioni del partner. Annoto tra l'altro dunque che una tale convivenza non è neppure motivo di soppressione o sospensione del contributo alimentare, salvo naturalmente abuso di diritto.
Sentenza pubblicata in FAMPRA 4/2002, pag. 809; sentenza non pubblicata nella Raccolta Ufficiale, ma pubblicata sul sito internet del Tribunale federale: 5P.172/2002.

Data creazione: 2 gennaio 2003
Data modifica: 11 settembre 2013

Alimenti durante il matrimonio - convivenza di breve durata

Caso 63, 15 luglio 2002 << caso precedente | caso successivo >>

Quali sono i criteri determinanti per il calcolo del contributo di mantenimento durante il matrimonio? Se un coniuge si oppone al divorzio e il matrimonio è stato fino a quel momento di breve durata, deve essere previsto un contributo di mantenimento a suo favore?

In una sentenza del 27 marzo 2002* il Tribunale d'appello di Lugano ha stabilito quanto segue:

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

La sentenza in questione indica il criterio di calcolo del contributo di mantenimento durante la procedura di separazione, di divorzio, di protezione dell'unione coniugale e in genere anche nell'attesa che trascorrano i quattro anni previsti dall'art. 114 CC se un coniuge si oppone al divorzio.
E' importante notare come anche in presenza di un matrimonio di breve durata, dove un coniuge si oppone al divorzio magari solo perché vuole evitare provvedimenti da parte della polizia degli stranieri o per "punire" l'altro coniuge, il criterio di commisurazione dei contributi di mantenimento si basa sempre sul cosiddetto calcolo delle eccedenze e trova dunque la sua base legale nell'art. 163 CC.
Ci si può domandare se in caso di matrimonio di breve durata (ad es. di un anno), dove a seguito dell'opposizione al divorzio, quest'ultimo non potrà essere pronunciato prima della scadenza dei quattro anni di separazione di fatto (fatta salva naturalmente l'eccezione dell'art. 115 CC), sia comunque il caso di adottare questo metodo di calcolo, dato che può risultare molto vantaggioso da parte del coniuge che si oppone al divorzio. Tale domanda appare legittima anche alla luce del fatto che la giurisprudenza e la dottrina ammettono che in caso di matrimoni di breve durata non ci si può basare sul criterio di solidarietà post-divorzile e prevedere così un contributo di mantenimento (tra le altre cfr. REP 1992, N. 239; FAMPRA 1/2001, N. 3).
Il solo fatto che vi sia comunque l'obbligo per la moglie (di regola il coniuge finanziariamente più debole) di lavorare (cfr. sentenza 5P.312/2001/sch, oggetto del caso-049) non sana ancora l'ingiustizia dell'applicazione del calcolo delle eccedenze, dato che il coniuge più debole finanziariamente (o meno forte) potrà comunque ottenere un contributo di mantenimento, anche se il suo fabbisogno minimo è coperto con il proprio reddito.
Va in ogni caso precisato che a livello cantonale non tutti i Tribunali sono univoci: ad es. il Kantonsgericht di St. Gallen, in una sentenza pubblicata in FAMPRA 4/2001, N. 90, ha indicato che nel caso in cui la durata dell'unione domestica è breve, il mantenimento è dovuto di regola solo per un periodo di transizione adeguato oppure non lo è per nulla (Cfr. anche Kantonsgericht di St. Gallen in FAMPRA 2/2008, N. 31.).

cfr. tuttavia la giurisprudenza del Tribunale d'appello di Lugano al caso-112

* Sentenza non pubblicata.

Si rende attenti che dal 1. giugno 2004 la durata del periodo di separazione è stata portata da quattro a due anni.

Data creazione: 15 luglio 2002
Data modifica: 24 luglio 2013

Procedura di protezione dell'unione coniugale - Obbligo della moglie di lavorare

Caso 56, 2 aprile 2002 << caso precedente | caso successivo >>

Nonostante il matrimonio sia di lunga durata e il marito disponga di un buon reddito, tale da poter mantenere la famiglia, in una procedura di protezione dell'unione coniugale il Giudice può costringere la moglie ad intraprendere o estendere un'attività lavorativa?

In una sentenza del 22 gennaio 2002* il Tribunale d'appello di Lugano ha stabilito quanto segue:

Nota a cura dell'avv. Alberto F. Forni

Dalla sentenza del Tribunale d'appello sopra citata, si legge anche come il Tribunale federale ha precisato che in caso di separazione un coniuge può essere tenuto - secondo le circostanze - a intraprendere un lavoro retribuito se ciò può essergli ragionevolmente imposto e appare possibile dal profilo economico (cfr. sentenza TF 5P.447/2000). Sempre nella medesima sentenza si legge che il Tribunale federale (cfr. sentenza 5P.169/2001) ha ricordato che nell'ambito delle misure di protezione dell'unione coniugale la ripresa o l'estensione di un'attività lucrativa va imposta solo con riserbo al coniuge che durante la vita comune si è occupato dell'economia domestica.
Nella sentenza 5P.312/2001/sch (oggetto del caso-049) il Tribunale federale ha confermato il criterio secondo cui in caso di separazione di fatto che si ipotizza essere di lunga durata, al coniuge più debole finanziariamente - di regola la moglie - possa essere imposto di estendere la propria attività lavorativa, anche se durante la vita comune la ripartizione dei ruoli voluta dai coniugi era differente.
Nel caso oggetto del presente commento le parti vivono separate da quasi due anni e niente lascia intravedere una possibile riconciliazione. Tutti i figli sono ormai maggiorenni. La moglie guadagna circa fr. 1'800.-- mensili a tempo parziale; il marito guadagna circa fr. 20'000.-- mensili.
Considerato che la moglie ha 48 anni, ha una formazione di tipo liceale, ha acquisito un'esperienza professionale di circa 6 anni di attività, non deve più prendersi cura dei figli (divenuti ormai tutti maggiorenni), non ha problemi di salute e lavora in una ditta appartenente alla propria famiglia (con possibilità concrete di poter lavorare di più), il Tribunale d'appello le ha assegnato un termine di un anno per estendere la propria attività lavorativa al 100% e ciò nonostante il buon reddito del marito, che non le imporrebbe certo di dover estendere la propria attività lavorativa per poter far fronte alle proprie spese.
E' interessante notare come il Tribunale d'appello si sia mostrato comunque cauto nell'obbligare la moglie ad estendere la propria attività lavorativa, facendo riferimento al suo futuro professionale nella ditta in cui oggi lavora e non altrove o in altre attività. Su questo argomento - da porre in correlazione con la durata del matrimonio - si rimanda anche all'articolo della prassi giudiziaria apparso sul presente sito (Pretura-005).
Ciò su cui - a mio giudizio - ci si dovrebbe pure chinare maggiormente è il quesito a sapere se anche nell'ambito delle misure di protezione dell'unione coniugale non sia opportuno derogare al principio del calcolo delle eccedenze, laddove la separazione appare durevole e sembra preludere allo scioglimento del matrimonio o perseguire uno scopo analogo a quello del divorzio.

Per maggiori indicazioni cfr. anche caso-148

* Sentenza non pubblicata.

Data creazione: 2 aprile 2002
Data modifica: 30 aprile 2009

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